Primo anniversario del martirio di Padre Jacques Hamel, sacerdote ucciso dai jihadisti in Europa

85 anni, assassinato mentre celebrava la Messa: mercoledì 26 luglio 2017 il mondo ricorda padre Jacques Hamel il primo sacerdote ucciso dalla mano di jihadisti in questo secolo in Europa, a Rouen, in alta Normandia, il 26 luglio del 2016: 

https://noalsatanismo.wordpress.com/2016/07/26/padre-jacques-hamel-sacerdote-martire-ucciso-da-isis-in-francia-mentre-celebrava-la-santa-messa/

Papa Francesco ha concesso la dispensa per aprire, il 13 aprile 2017, la fase diocesana del processo di Beatificazione di Padre Jacques Hamel. Intanto nell’arcidiocesi di Rouen è già iniziato il processo di beatificazione per il sacerdote, senza attendere i cinque anni canonici necessari all’avvio di una causa. Un’accelerazione approvata da Papa Francesco che, ricevendo una delegazione della diocesi francese il 14 settembre 2016, aveva detto al vescovo Lebrun: «Esponi la sua foto perché lui è già beato. È un martire, e i martiri sono già beati!». 

La chiesa di Padre Hamel era quella di Saint-Etienne-du-Rouvray, S. Stefano, il primo martire cristiano. Un caso, ma anche un incredibile richiamo a rileggere la vita del sacerdote francese alla luce di quella del protomartire e dei tanti che Papa Francesco, anche nella Messa di suffragio per il sacerdote, ha chiamato “fratelli perseguitati perché fedeli testimoni del Vangelo”:

“Oggi ci sono cristiani assassinati, torturati, carcerati, sgozzati perché non rinnegano Gesù Cristo. In questa storia, arriviamo al nostro père Jacques: lui fa parte di questa catena di martiri. I cristiani che oggi soffrono – sia nel carcere, con la morte o con le torture – per non rinnegare Gesù Cristo, fanno vedere proprio la crudeltà di questa persecuzione. E questa crudeltà che chiede l’apostasia, diciamo la parola: è satanica”.

E’ Satana l’autore delle persecuzioni, come testimoniano anche le ultime parole di padre Jacques innanzi ai suoi assassini: “Vattene Satana!”. Ma Gesù è quello che i martiri seguono, è Lui, il “primo martire”, il “loro unico pane”, dice Francesco, “non hanno bisogno di altro”:

“Il martire può essere pensato come un eroe, ma il fondamentale del martire è che è stato un graziato: è la grazia di Dio, non il coraggio, quello che ci fa martiri”.

A Roma, padre Jacques è già celebrato come un martire. Il suo breviario è attualmente in mostra per i pellegrini della basilica di San Bartolomeo sull’Isola Tiberina, nella cappella chiamata “Nuovi martiri in Europa”. La chiesa, sotto la cura della Comunità di Sant’Egidio, che Papa Francesco ha visitato lo scorso 22 aprile, è rinomata per accogliere e onorare reliquie, oggetti personali, ricordi di tutti coloro che sono stati uccisi per la loro fede. Il libro di preghiera di Hamel è aperto a lunedì 25 luglio 2016, vigilia del suo assassinio, accanto ad esso si trovano le reliquie dei sacerdoti spagnoli uccisi durante la Guerra civile e la stola e la croce di don Pino Puglisi, il prete palermitano freddato nel 1993 dai sicari di Cosa Nostra. Questa cappella è diventata presto la più visitata di tutta la Chiesa. 

Tanti i martiri di oggi, più numerosi dei primi tempi, come ci ricorda Francesco, anche se i media non ne parlano. In effetti “tuttora non si ha piena coscienza di quanto grande sia stato il sacrificio in nome della fede negli ultimi due secoli”, afferma don Angelo Romano, rettore della Basilica di San Bartolomeo, Memoriale romano dei “Nuovi Martiri” del XX e XXI secolo:

“Martìri di massa che hanno interessato intere comunità ecclesiali”, ricorda don Angelo, al fianco delle quali ci sono i cosiddetti “martiri nascosti”,ovvero uomini e donne impegnati a fare fratellanza, a trovare nuove strade per vivere il Vangelo, “cristiani che amano in modo gratuito in un mondo materialista e individualista”. “E’ questo che attrae, essere simili a Gesù”, aggiunge don Angelo, “proprio come è successo con padre Jacques, la cui morte in Francia ha portato una vera scossa”. In questo senso, conclude il sacerdote, si comprende quando il Papa dice che “il sangue dei martiri è seme di cristiani”: “non c’è dubbio che il Signore ha vinto il male e noi dobbiamo essere all’altezza del compito che ci ha assegnato, ossia l’annuncio del Vangelo ad un mondo che ne ha tanto bisogno”.

L’arcivescovo di Rouen Mons Lebrun a maggio ha istituito il processo formale durante il quale saranno ascoltati i testimoni dell’assassinio di Padre Jacques Hamel, alcuni membri della famiglia e degli amici musulmani del sacerdote. 

Tutti questi saranno presenti alla Messa di mercoledì 26 luglio 2017 alle ore 9, nella chiesa di Sant’Etienne-du-Rouvray, presieduta dall’arcivescovo di Rouen, Dominique Lebrun. 

La celebrazione sarà ripresa in diretta da un canale televisivo locale e dal network cattolico KTO, al termine verrà inaugurato ufficialmente dalle autorità un monumento dedicato al sacerdote martire. Un modo per sottolineare che la morte di padre Hamel non è stato solo un attacco contro un sacerdote, ma anche dei valori che sostengono la società e la civiltà europea.  La celebrazione  vedrà dei momenti fortemente simbolici. Ad esempio, durante la liturgia saranno posti in vari lati della Chiesa quattro composizioni floreali, una con i fiori provenienti dal giardino di padre Hamel, un’altra sarà poggiata davanti alla statua di Maria dissacrata durante l’attacco.

La preghiera di Roselyne Hamel (sorella di padre Jacques), “possa il sacrificio di mio fratello aiutare gli uomini a vivere insieme in pace”:

“Jacques aveva 85 anni, quando due giovani, radicalizzati da un discorso di odio, hanno pensato di compiere un atto eroico passando alla violenza omicida. Alla sua età Jacques era fragile, ma era anche forte. Forte della sua fede in Cristo, forte del suo amore per il Vangelo e per la gente, chiunque fosse e — ne sono certa –anche per i suoi assassini”. La morte di padre Hamel, per la sorella, “è in linea con la sua vita di sacerdote, che era una vita donata: una vita offerta al Signore, quando ha detto ‘sì’ nel momento della sua ordinazione, una vita al servizio del Vangelo, una vita donata per la Chiesa e per la gente, soprattutto per i più poveri, che ha servito sempre nelle periferie di Rouen”. Secondo Roselyne, “c’è un paradosso: lui che non ha mai voluto essere al centro, ha consegnato una testimonianza per il mondo intero, la cui larghezza non possiamo ancora misurare….è di grande conforto vedere quanti nuovi incontri, quanta solidarietà e quanto amore sono stati generati dalla testimonianza di Jacques”.

Fonti

http://it.radiovaticana.va/news/2017/07/25/martiri_come_padre_hamel_seguono_ges%C3%B9_e_attraggono_fedeli_/1326969

http://www.lastampa.it/2017/07/21/vaticaninsider/ita/news/padre-jaques-hamel-chiesa-e-stato-insieme-per-celebrare-il-primo-anniversario-della-morte-B0k5rRulfpuBueMyW3qNOM/pagina.html

https://agensir.it/quotidiano/2017/4/22/preghiera-per-i-nuovi-martiri-roselyne-hamel-sorella-di-padre-jacques-possa-il-sacrificio-di-mio-fratello-aiutare-gli-uomini-a-vivere-insieme-in-pace/

Annunci

Mons Gallagher: convegno a Milano in difesa della libertà religiosa dei cristiani sempre più discriminati in Europa

Ormai “anche in Europa si nota una crescita inquietante di forme di intolleranza e di episodi di discriminazione nei confronti dei cristiani”. A ricordarlo è stato monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, che ha aperto alla Università Cattolica di Milano un convengo  sul tema: “Dalla Cristiada alle sfide dell’attualità. Il cammino della libertà religiosa” organizzato dall’Ateneo e dall’Universidad Panamericana.

Mons. Paul Richard Gallagher ha tenuto oggi all’Università Cattolica di Milano una relazione sul tema “La Santa Sede e la difesa del diritto alla libertà religiosa da Pio XI a Francesco”. 

Libertà religiosa sempre più compromessa nel mondo
Il presule ha osservato come “nell’ultimo periodo, su scala mondiale, senza eccezione per il continente europeo”, si sia testimoni “di come il rispetto per la libertà religiosa viene sovente compromesso, con un preoccupante peggioramento delle condizioni di tale libertà fondamentale, che in diversi casi ha raggiunto il grado di una persecuzione aperta, in cui sempre più spesso i cristiani sono le prime vittime, benché non le sole. Fattori determinanti di queste situazioni allarmanti sono certamente riconducibili al permanere di Stati autoritari e non democratici. A ciò si aggiunga la constatazione che anche in molti Paesi di antica tradizione democratica la dimensione religiosa tende ad essere vista con un certo sospetto, sia a causa delle problematiche inerenti al contesto multiculturale sia per l’affermarsi ideologico di una visione secolarista, secondo cui le religioni rappresenterebbero una forma di ‘sotto-cultura’, portatrici di un passato da superare”.

Merito del Cristianesimo separazione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio
E’ quanto mai necessario ricordare oggi – ha proseguito – che “è un merito storico e sofferto del Cristianesimo avere contribuito a creare, nella separazione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, la possibilità di sviluppo di uno Stato laico, inteso non come uno Stato totalmente avulso dalla religione, o peggio ancora come uno Stato agnostico, ma come uno Stato che, consapevole del valore del riferimento religioso per i suoi cittadini, garantisce a ciascuno il diritto di vivere secondo la propria coscienza la dimensione religiosa”.

Anche in Europa cristiani discriminati
“Purtroppo, anche in Europa – ha rilevato mons. Gallagher – si nota una crescita inquietante di forme di intolleranza e di episodi di discriminazione nei confronti dei cristiani. A titolo informativo, solo nel biennio 2014-2015, l’Osservatorio per l’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa ha ricevuto circa 1.700 segnalazioni di casi di intolleranza e di discriminazione contro i cristiani nel vecchio continente.  Si tratta di un fenomeno che sta attirando un’attenzione crescente anche in ambito internazionale”.

Si chiede libertà per tutti, ma si nega la libertà religiosa 
In proposito, ricorda che, già nel gennaio 2015, l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha approvato una Risoluzione, dal titolo “Combattere l’intolleranza e la discriminazione in Europa, in particolare verso i Cristiani”, nella quale, tra le altre cose, “si invitano gli Stati membri a prendere adeguate misure per assicurare che ad ogni persona in Europa sia accordata la protezione effettiva della libertà di religione. Nell’attuale contesto, appare perciò intrinsecamente contraddittorio chiedere la libertà per tutti e, in nome di quella stessa libertà, negarla ad alcuni gruppi, specialmente a quelli religiosi. Deve, dunque, essere un dovere delle istituzioni contrastare ogni forma di discriminazione basata sull’orientamento religioso e, in prospettiva positiva, promuovere e proteggere la libertà religiosa allo stesso modo e con tutti gli strumenti impiegati per la difesa di ogni altro diritto fondamentale”.  

Ma la questione che resta aperta è comunque cosa si intenda effettivamente per libertà religiosa in una società, che non va confusa con “libertà di culto”.

Risulta così evidente che il concetto cattolico di libertà non collima affatto con quello liberale. Infatti, non a caso nel primo Concistoro di Leone XIII viene creato Cardinale il teologo e filosofo John Henry Newman, che si oppose già da anglicano alla società liberale: lotta al liberalismo quale principio antidogmatico. Si tratta di impostazione filosofica e teologica, in cui l’errore non è ammissibile, dove non è concepibile una equiparazione tra verità ed errore”.

Grave crisi internazionale
“Il mondo – ha detto il presule – sta attraversando un momento di grave crisi internazionale, come non si era più visto dalla fine del secondo conflitto mondiale. Sfide epocali si affacciano all’orizzonte della nostra società, mentre i valori portanti dell’umanesimo cristiano sembrano affievoliti nella coscienza di molti. Il rischio più grave che corriamo di fronte a fenomeni di tale portata – ha concluso – è quello di chiuderci in noi stessi, di cedere a quella ‘globalizzazione dell’indifferenza’ tante volte denunciata da Papa Francesco”.

L’effettivo riconoscimento della libertà religiosa quale primo e più importante fra i diritti umani fondamentali è la chiave per affrontare la crisi in cui è precipitato oggi il mondo, segnato da nuove persecuzioni religiose che vedono i cristiani tra le prime vittime. Così mons. Ivan Jurkovič, Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra, intervenuto il 7.03.2017 all’apertura di un incontro di alto livello sul tema “Rispetto reciproco e coesistenza pacifica condizione della pace interreligiosa e della stabilità: sostenere cristiani e altre comunità”

Difendere la dimensione pubblica della libertà religiosa
“Nonostante i numerosi sforzi per promuovere e rafforzare la libertà religiosa – ha detto l’arcivescovo – stiamo di fatto assistendo a un continuo peggioramento, se non a un vero e proprio attacco contro questo diritto inalienabile in diverse parti del mondo”. Una libertà – ha puntualizzato – che ha una rilevanza pubblica, perché la scelta di una fede incide “ad ogni livello della vita sociale e politica”, tanto più oggi che “la religione ha assunto una rinnovata importanza a causa dei complessi rapporti tra le scelte personali di fede di ciascuno e la loro espressione pubblica”.

Reagire alle violenze contro i cristiani e le altre comunità religiose
Proprio per queste implicazioni – ha rimarcato l’Osservatore permanente – tale scelta “deve essere libera da vincoli e costrizioni” e va tutelata dalle autorità pubbliche. In questo senso, la grande attenzione puntata oggi contro responsabili delle violazioni dei diritti umani fanno ben sperare che la comunità internazionale reagirà all’inaudita violenza contro i cristiani e le altre comunità religiose e che essa non sia caduta in quella “globalizzazione dell’indifferenza” tante volte denunciata da Papa Francesco.

Cristiani oggi perseguitati più che nei primi secoli del cristianesimo
Dopo essersi soffermato in particolare sulle persecuzioni dei cristiani in Medio Oriente, peggiori – ha detto – di quelle subite nei primi secoli del cristianesimo, mons. Jurkovič ha insistito sulla dimensione pubblica della libertà religiosa che non può essere ridotta a mero fatto individuale o al solo culto, perché per la sua stessa natura trascende “la sfera privata degli individui e delle famiglie”. Le varie tradizioni religiose, infatti,  “servono la società innanzitutto con il messaggio che proclamano”, con il loro invito alla conversione, alla riconciliazione, al sacrificio per il bene comune, alla compassione per i bisognosi.

Le religioni un alleato prezioso nella difesa della dignità umana
In un mondo “dove convinzioni deboli abbassano anche il livello etico” e sempre più soggetto alla “globalizzazione del paradigma tecnocratico”, che cerca di “eliminare tutte le differenze e le tradizioni in una ricerca superficiale di unità”, ha detto in conclusione il rappresentante della Santa Sede, le religioni “hanno il diritto e il dovere di dire apertamente che è possibile costruire una società in cui un sano pluralismo che rispetta le differenze e le valorizza come tali è un alleato prezioso nell’impegno a difendere la dignità umana e una via per la pace nel nostro mondo”. 

 

Fonti

http://it.radiovaticana.va/news/2017/03/30/mons_gallagher_cristiani_sempre_pi%C3%B9_discriminati_in_europa/1302280

http://www.acistampa.com/story/gallegher-la-liberta-religiosa-non-e-liberalismo-5739

http://it.radiovaticana.va/news/2017/03/08/intervento_di_mons_ivan_jurkovi%C4%8D_sulla_libert%C3%A0_religiosa/1297249

«Le benedizioni pasquali a scuola sono legittime». Sconfitta l’assurda battaglia dei laicisti

Oggi il Consiglio di Stato ha finalmente messo la parola fine alla ennesima assurda battaglia dei laicisti contro i cattolici cominciata due anni fa a Bologna e alla quale Tempi ha dedicato un ampio servizio l’anno scorso.

IL CASO. Nel 2015 il Consiglio di istituto dell’Ic20 di Bologna, che raggruppa due scuole elementari e una media, in totale 1.100 alunni e relative famiglie, autorizza i sacerdoti del quartiere a entrare nei locali della struttura per impartire la benedizione pasquale. Il rito è destinato solo a chi lo desideri e si tiene al di fuori dell’orario di lezione, tuttavia la decisione infastidisce ugualmente un gruppo di una quindicina di genitori e insegnanti, i quali, non riuscendo a impedire l’indigeribile atto, pensano bene di fare ricorso al Tar dell’Emilia Romagna. La sentenza del tribunale amministrativo, che il 9 febbraio 2016, a benedizione ormai bell’e fatta, ha annullato la delibera contestata del Consiglio d’istituto, è stata poi impugnata dal ministero dell’Istruzione.

LE RAGIONI DEI GIUDICI. Ora il Consiglio di Stato scrive che sono più che legittime le benedizioni come quelle di Bologna, e cioè «facoltative e fuori dalle lezioni». In questo senso, sono assimilabili alle «altre attività parascolastiche». In particolare, le benedizioni «non possono minimamente ledere, neppure indirettamente, il pensiero o il sentimento, religioso o no, di chiunque altro che, pur appartenente alla medesima comunità, non condivida quel medesimo pensiero».

DISCRIMINAZIONE RELIGIOSA. Se la benedizione venisse impedita si tratterebbe di discriminazione religiosa: «Non può attribuirsi alla natura religiosa di un’attività una valenza negativa tale da renderla vietata o intollerabile unicamente perché espressione di una fede religiosa, mentre, se non avesse tale carattere, sarebbe ritenuta ammissibile e legittima». Tra l’altro i musulmani, circa il 20 per cento del totale degli alunni, erano d’accordo con il rito.

L’UNICA «IMPOSIZIONE». Si conferma dunque quanto scritto l’anno scorso da Tempi dopo aver parlato con Daniela Turci, dirigente scolastica dell’Ic20 e consigliere comunale in forza Pd. «I ricorrenti al Tar – ha sempre spiegato Turci – si sono attaccati a pretesti inesistenti e l’unico tentativo di “imposizione” in questa storia è stato proprio il loro, poiché invece “la maggioranza dei consiglieri non voleva opporre un divieto” alla domanda dei sacerdoti, non voleva precludere loro il perimetro della scuola “perché quel muro rappresenta l’esclusione. E l’esclusione fa male, fa male a chi crede che lasciar entrare un religioso non mini assolutamente la laicità dello Stato: non si obbliga nessuno a fare nulla, si offre solo un luogo per un rito che è segno di pace”. La famosa differenza fra alzare muri e aprire porte».

DOCUMENTO DEL CONSIGLIO DI STATO

Cons. St., sez. VI, 27 marzo 2017, n. 1388

Religione – Religione cattolica – Benedizione pasquale – Nelle scuole – Va fatta fuori l’orario delle lezioni.

         La “benedizione pasquale” nelle scuole deve essere effettuata fuori l’orario delle lezioni, non potendo in alcun modo incidere sullo svolgimento della didattica e della vita scolastica in generale, e ciò non diversamente dalle diverse attività “parascolastiche” che, oltretutto, possono essere programmate o autorizzate dagli organi di autonomia delle singole scuole anche senza una formale delibera (1).

(1) Ha chiarito il Consiglio di Stato che la benedizione pasquale è un rito religioso, rivolto all’incontro tra chi svolge il ministero pastorale e le famiglie o le altre comunità, nei luoghi in cui queste risiedono, caratterizzato dalla brevità e dalla semplicità, senza necessità di particolari preparativi. Il fine di tale rito è anche quello di ricordare la presenza di Dio nei luoghi dove si vive o si lavora, sottolineandone la stretta correlazione con le persone che a tale titolo li frequentano. Non avrebbe senso infatti la benedizione dei soli locali, senza la presenza degli appartenenti alle relative comunità di credenti, non potendo tale vicenda risolversi in una pratica di superstizione.

Tale rito dunque, per chi intende praticarlo, ha senso in quanto celebrato in un luogo determinato, mentre non avrebbe senso (o, comunque, il medesimo senso) se celebrato altrove; e ciò spiega il motivo per cui possa chiedersi che esso si svolga nelle scuole, alla presenza di chi vi acconsente e fuori dall’orario scolastico, senza che ciò possa minimamente ledere, neppure indirettamente, il pensiero o il sentimento, religioso o no, di chiunque altro che, pur appartenente alla medesima comunità, non condivida quel medesimo pensiero e che dunque, non partecipando all’evento, non possa in alcun senso sentirsi leso da esso.

Ha aggiunto la Sezione che non può logicamente attribuirsi al rito delle benedizioni pasquali, con le limitazioni stabilite nelle prescrizioni annesse ai provvedimenti impugnati, un trattamento deteriore rispetto ad altre diverse attività “parascolastiche” non aventi alcun nesso con la religione, soprattutto ove si tenga conto della volontarietà e della facoltatività della partecipazione nella prima ipotesi, ma anche che nell’ordinamento non è rinvenibile alcun divieto di autorizzare lo svolgimento nell’edificio scolastico, ovviamente fuori dell’orario di lezione e con la più completa libertà di parteciparvi o meno, di attività (ivi inclusi gli atti di culto) di tipo religioso.

https://www.giustizia-amministrativa.it/cdsintra/cdsintra/Approfondimenti/Regioni/Religionecattolica/ConsigliodiStato27marzo2017n.1388/index.html

Arcidiocesi di Bologna critica duramente la Procura per archiviazione del caso di foto offensive del circolo Lgbt contro la fede cattolica

“E se in quelle foto si fossero rappresentati dei giudici, in toga e tocco, o simboli della religione ebraica o islamica, sarebbe stata analoga la reazione della Procura?”Risultati immagini per cassero bologna

L’Arcidiocesi di Bologna, guidata da mons.Matteo Zuppi, critica duramente la Procura della Repubblica che ha chiesto l’archiviazione del fascicolo, a carico di ignoti, per le foto blasfeme ed oscene contro la fede cattolica, pubblicate due anni fa sulla pagina Facebook del Cassero (Il Cassero LGBT center è sede del comitato provinciale Arcigay), relativo alle immagini della festa «Venerdì credici» organizzata nel marzo 2015 al circolo Arcigay il Cassero: blasfemìa contro Cristo nel momento in cui la Diocesi celebra la Quaresima e la Passione di Cristo. Un editoriale pubblicato il 5 marzo 2017 sul settimanale della diocesi Avvenire – Bologna Sette critica duramente la richiesta dei pm di chiudere il fascicolo, escludendo così l’offesa alla religione cattolica. È la motivazione della Procura che risulta inaccettabile alla Curia di Bologna: l’idea cioè che le immagini pubblicate sulla pagina Facebook del Cassero, tra cui una che ritraeva tre uomini travestiti da Gesù e da ladroni mimare pratiche sessuali, non fossero «rivolte a manifestare spregio e vilipendio del credo cristiano-cattolico».

«Lascia perplessi — si legge nell’editoriale del settimanale diocesano — che la Procura arrivi a sostenere che l’offesa gratuita e vilipendiosa arrecata ai simboli della religione cristiana, nella quale si riconoscono milioni di cittadini (non solo cattolici), perché di questo si tratta al di là di ogni dubbio, possa costituire l’oggetto del tutto lecito di un’associazione, per di più sostenuta con denaro pubblico». Per l’Arcidiocesi «viene da chiedersi cosa distingua una simile rappresentazione da un’azione denigratoria: se al posto di Gesù e dei ladroni si fossero rappresentati dei giudici, in toga e tocco, o simboli della religione ebraica o islamica, sarebbe stata analoga la reazione della Procura? In realtà anche la satira, così utile quando stimola con intelligenza la riflessione, incontra dei limiti, che derivano dalla salvaguardia di un clima di pacifica convivenza fondata sul rispetto reciproco e sul buon gusto”.

A due anni di distanza, insomma, la polemica sulle controverse foto del Cassero non si è ancora spenta. All’epoca sul tema era intervenuto l’allora arcivescovo Carlo Caffarra, che aveva definito le immagini «un insulto di inarrivata bassezza e di diabolica perfidia a Cristo in Croce». Da più parti era arrivata la richiesta al Comune di interrompere i rapporti con il circolo. Palazzo d’Accursio, dal canto suo, aveva invitato il Cassero ad assumersi «la responsabilità di una grave offesa». Anche prima della richiesta di archiviazione della Procura, a cui si opporranno gli autori della denuncia da cui è stato aperto il fascicolo (l’ex consigliera comunale di Ncd Valentina Castaldini e i consiglieri di Forza Italia Marco Lisei e Galeazzo Bignami), le polemiche sul Cassero non si sono mai sopite. Nei mesi scorso il centrodestra bolognese si era opposto all’assegnazione diretta dell’ex Salara ad Arcigay. 

L’OFFESA E L’INSULTO  CONTRO IL SENTIMENTO RELIGIOSO NON SONO MAI LIBERTA’ DI ESPRESSIONE, checcè ne dica il circolo Lgbt Cassero, che ha replicato con un comunicato, in cui protesta contro l’ Arcidiocesi di Bologna, guidata dal vescovo Zuppi, per la veemenza del suo pubblico intervento di pochi giorni fa contro il circolo e contro la Procura; in questo comunicato, il circolo Arcigay afferma “quelle foto sono state rimosse dai canali dell’associazione e non volevano essere offensive”… Strano: è noto infatti che il circolo Arcigay Cassero fa da tempo propaganda allo ‘sbattezzo’ dalla Chiesa cattolica, (analogamente al circolo satanista bolognese dei Bambini di satana), quindi dire che quelle foto non “volevano essere offensive” è davvero un’ipocrisia… E poi, continua affermando che quelle foto blasfeme erano una protesta in difesa della libertà di espressione, analoga alle vignette del giornale satirico Charlie Ebdo, che proprio nel 2015 venne colpito dalla strage islamista….Sappiamo bene che Charlie Ebdo con le sue vignette (spesso blasfeme contro la fede cattolica) non ha risparmiato denigrazione nemmeno per la disgrazia ed il dolore dei terremotati italiani! I vignettisti Charlie Ebdo sono stati denunciati dal comune di Amatrice per il vilipendio delle vittime del sisma e per diffamazione aggravata.

http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/lazio/terremoto-il-comune-di-amatrice-querela-charlie-hebdo-per-la-vignetta-sul-sisma-diffamazione-aggravata-_3030683-201602a.shtml

C’è da chiedersi quanta ignoranza alberghi nella mente di certe persone che volutamente “ignorano” che Isis perseguita soprattutto i cristiani, proprio come fanno loro, che  per “difendere i loro millantati diritti” calpestano quelli degli altri  e vilipendono il sentimento religioso di milioni di persone; c’è da chiedersi  quali poteri occulti proteggano certe “associazioni” che per affermare se stessi hanno bisogno (come i satanisti) di denigrare LA CROCE E LA PASSIONE DI CRISTO, massimo simbolo di pace e sacrificio di sè per amore del prossimo e di difesa del valore di ogni essere umano. 

 

Fonte

http://www.bolognatoday.it/cronaca/zuppi-critica-procura-archiviazione-foto-blasfeme-cassero.html

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2017/03/04/news/bologna_foto_blasfeme_in_circolo_arcigay_la_chiesa_contro_i_pm_che_archiviano_l_inchiesta-159776295/

Vescovi spagnoli denunciano atti blasfemi contro la fede cristiana nel festival di carnevale di Las Palmas, Canarie

Lunedi 27 febbraio 2017 il festival di carnevale di Las Palmas, Isole Canarie (Spagna), si è rivelato uno degli eventi più blasfemi contro i cristiani, (molto simile ad una sorta di messa nera satanica), una ripugnante manifestazione di odio contro Cristo, contro la S. Vergine Maria e contro la Chiesa cattolica, violando il sentimento religioso di tutti i cristiani. Il primo premio di questo “gran galà” di carnevale è stato vinto dalla “performance” del Drag queen denominato  Sethlas, che ha messo in scena un numero osceno per deridere la S. Vergine Maria e la crocifissione di Nostro Signore Gesù Cristo.

Il numero consisteva nello strip del drag queen travestito da Vergine Maria. Successivamente, egli ha rappresentato Cristo crocifisso che scende dalla croce mentre intona versi blasfemi e provocatori, il tutto circondato da un balletto in cui venivano derisi sacerdoti e suore, simulando una processione religiosa.

L’irriverenza, la provocazione e la mancanza di rispetto caratterizzano le prestazioni di chi è stato scelto come “vincitore del carnevale”. L’indignazione contro questo “spettacolo” si è levata unanime dai social network, dove molti hanno scritto che questa è una violazione dei diritti dei cristiani; molti hanno domandato perchè gli spettacoli di Drag queen non deridono l’Islam o altre credenze… 

In questa situazione, il vescovo delle isole Canarie, Mons Francisco Cases, ha scritto una lettera aperta  “a chi vorrà leggermi” in cui egli  desolato afferma di vivere “il giorno più triste della mia permanenza alle isole Canarie” dove trionfa “la frivolezza blasfema di drag queen, attraverso i voti e gli applausi di una folla inferocita“. Questa ‘performance’ infatti, che non ha nulla di artistico ma più che altro ha molti richiami  al satanismo, è stata votata anche attraverso i telefonini dei telespettatori… 

“La prima cosa che mi sento di dire con il cuore spezzato è chiedere perdono al nostro Salvatore e alla Sua e nostra Madre benedetta. Perdona il mio popolo, Signore. Perdona i tuoi figli, Madre, e perdona me che devo rispondere davanti a Te per tutti loro. Perdona a tanti nella comunità cristiana che non danno una testimonianza concreta”, ha detto il vescovo Mons Francisco nella lettera resa pubblica dal vescovado delle isole Canarie.

E dopo aver chiesto se non ci sono limiti alla libertà di espressione in offese così gravi contro il sentimento religioso di tutti i cattolici, il vescovo ha invitato i fedeli alla Messa di riparazione e di lode a Dio e alla S.Vergine e per chiedere perdono per questi atti blasfemi, celebrazione che si è tenuta il primo venerdì di Quaresima, venerdì 3 marzo alle 19.30 nella cattedrale.

Il Presidente della Conferenza Episcopale spagnola il Cardinale Ricardo Blázquez ha respinto e denunciato questo “spettacolo” come una grave violazione del rispetto del sentimento religioso dei cristiani.

Il Presidente del Consiglio di governo dell’isola di Tenerife, Carlos Alonso, ha affermato nel suo profilo Facebook che “questo spettacolo di drag queen è un’offesa, non è vera libertà nè festa di carnevale, dal momento che offende i valori di tante persone: questo è un reato nel codice penale”.

Assurdità ancora più grande è che il drag queen suddetto, il cui vero nome è Borja Castillas, è un educatore di bambini, si dichiara ateo e vuole essere professore di religione: è evidente quale “culto” vuole insegnare ai bambini… 

In sole 24 ore, più di 27 mila persone hanno firmato una petizione per denunciare  l’atto blasfemo di drag queen nel festival di Carnevale di Las Palmas.

La richiesta è stata aperta dalla Asociación Enraizados (Una voce cattolica nella vita pubblica) che, come specificato in una nota, ha ottenuto che la televisione spagnola provvedesse subito alla rimozione dal suo sito della registrazione dello spettacolo blasfemo. Nel suo comunicato, la Asociación Enraizados chiede le dimissioni dei responsabili pubblici della giunta che ha patrocinato il festival di Carnevale di Las Palmas, in quanto hanno permesso che tale “spettacolo” blasfemo avesse luogo e sono responsabili di violazione del codice penale (offesa al sentimento religioso della maggioranza dei cittadini che appartengono alla fede cattolica). Si chiede inoltre che gli sponsor di questo spettacolo oltraggioso si dissocino da tale manifestazione: si invita i cattolici a boicottare acquisti da tali sponsor. 

http://enraizados.org/alertas/el-carnaval-de-las-palmas-falta-el-respeto-a-los-cristianos-pide-responsabilidades/

Il Presidente dell’Asociación Enraizados, chiede preghiere di riparazione a tutti i cattolici, specialmente in questo periodo di Quaresima.  

nowenna20fatima2020200x100PREGHIERA DELL’ANGELO DELLA PACE A FATIMA:

“Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, Vi adoro profondamente e Vi offro il preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione degli oltraggi, sacrilegi e indifferenze, con cui Egli  è continuamente offeso. Per i meriti infiniti del Suo Santissimo Cuore e per intercessione del Cuore Immacolato di Maria, Vi chiedo la conversione dei poveri peccatori. Amen. “

 

 

 

 

Fonti

https://infovaticana.com/2017/02/28/carnaval-canarias-blasfema-la-santisima-virgen-cristo-crucificado/

https://www.aciprensa.com/noticias/video-carnaval-de-canarias-premia-a-drag-queen-que-se-disfrazo-de-virgen-maria-87722/

http://www.religionenlibertad.com/desolado-obispo-canarias-denuncia-una-carta-frivolidad-55179.htm

Video appello del Papa: aiutare i cristiani perseguitati. Impegno Quaresima: “in Paradiso non si va in carrozza, ma uscendo dalla schiavitù del peccato”

 

Papa Francesco invita ad “aiutare i cristiani perseguitati”, cattolici, ortodossi, protestanti. Nel videomessaggio per l’intenzione di preghiera del mese di marzo ricorda che sono tante le persone “perseguitate a motivo della loro fede, costrette ad abbandonare le loro case, i loro luoghi di culto, le loro terre, i loro affetti”. “Vengono perseguitate e uccise perché cristiani, senza fare distinzione, da parte dei persecutori, tra le confessioni a cui appartengono”.

Quindi, fa una domanda: “Quanti di voi pregano per i cristiani che sono perseguitati?”. E incoraggia a farlo con lui, “perché sperimentino il sostegno di tutte le Chiese e comunità nella preghiera e attraverso l’aiuto materiale”. Il videomessaggio mostra cristiani delle varie confessioni, chiese distrutte, fedeli di tutte le razze in preghiera e finisce con l’immagine di persone che aiutano in modo concreto chi è vessato per la sua fede. 

Quaresima, cammino verso la Luce del Signore Risorto

La Quaresima, che inizia con il Mercoledì delle Ceneri, è tempo di penitenza ma anche di speranza, un tempo che accompagna alla Pasqua, alla Resurrezione del Signore che ha salvato l’uomo dalla schiavitù del peccato. Lo ha detto Papa Francesco all’udienza generale, in un’assolata Piazza San Pietro, davanti a 10mila fedeli, spiegando anche ai fedeli che, come era solito dire Don Bosco, “in Paradiso non si va in carrozza”.La Quaresima è un “cammino di speranza”, quaranta giorni che prendono “luce dal mistero pasquale”, il periodo verso il quale sono orientati. Papa Francesco presenta questo tempo di preparazione alla Pasqua come il cammino verso il Signore Risorto, “che è la Luce”,  che chiama “ad uscire” dalle tenebre:

“La Quaresima è un periodo di penitenza, anche di mortificazione, ma non fine a sé stesso, bensì finalizzato a farci risorgere con Cristo, a rinnovare la nostra identità battesimale, cioè a rinascere nuovamente ‘dall’alto’, dall’amore di Dio (cfr Gv 3,3). Ecco perché la Quaresima è, per sua natura, tempo di speranza”.

L’Esodo, l’uscita dalla schiavitù verso la libertà e la salvezza
Il Papa richiama il Libro dell’Esodo, che racconta l’uscita degli Israeliti dall’Egitto, la loro condizione di schiavitù, di popolo oppresso costretto ai lavori forzati. L’esodo verso la Terra della libertà che gli ebrei vivranno attraverso il deserto guidati da Mosé, incaricato dal Signore, durerà simbolicamente 40 anni, durante i quali il Signore dà loro la legge, per educarli ad amare Lui e ad amarsi tra loro come fratelli. 40 anni, spiega il Papa, è “il tempo di vita di una generazione” la quale, nonostante la tentazione del ritorno in Egitto, giunge alla Terra promessa:

“Tutto questo cammino è compiuto nella speranza: la speranza di raggiungere la Terra, e proprio in questo senso è un “esodo”, un’uscita dalla schiavitù alla libertà. E questi 40 giorni sono anche per tutti noi un’uscita dalla schiavitù, dal peccato, alla libertà, all’incontro con il Cristo Risorto. Ogni passo, ogni fatica, ogni prova, ogni caduta e ogni ripresa, tutto ha senso solo all’interno del disegno di salvezza di Dio, che vuole per il suo popolo la vita e non la morte, la gioia e non il dolore”.

Non si va in paradiso in carrozza

“La Pasqua di Gesù è il suo esodo”, continua il Papa, un esodo con il quale Lui apre la via “per giungere alla vita piena, eterna e beata” e la apre arrivando fino “alla morte di croce”, è il Suo Sangue a salvare gli uomini “dalla schiavitù del peccato”:

“Ma questo non vuol dire che Lui ha fatto tutto e noi non dobbiamo fare nulla, che Lui è passato attraverso la croce e noi “andiamo in paradiso in carrozza”. Non è così. La nostra salvezza è certamente dono Suo, ma, poiché è una storia d’amore, richiede il nostro “sì” e la nostra partecipazione al Suo amore, come ci dimostra la nostra Madre Maria e dopo di lei tutti i santi”. 

La conversione è un cammino da rinnovare sempre

E’ questa la dinamica del tempo di Quaresima, l’esodo di Cristo che apre agli uomini la strada del deserto dietro di Lui:

“Lui è tentato per noi, e ha vinto il Tentatore per noi, ma anche noi dobbiamo con Lui affrontare le tentazioni e superarle. Lui ci dona l’acqua viva del suo Spirito, e a noi spetta attingere alla sua fonte e bere, nei Sacramenti, nella preghiera, nell’adorazione; Lui è la luce che vince le tenebre, e a noi è chiesto di alimentare la piccola fiamma che ci è stata affidata nel giorno del nostro Battesimo”.

La Quaresima è dunque «segno sacramentale della nostra conversione», del cammino “dalla schiavitù alla libertà”, un cammino da rinnovare sempre – conclude il Papa – in cui si forma la speranza che, forgiata dalle prove, dalle tentazioni, dalle illusioni, dai miraggi, è forte e salda ”sul modello di quella della Vergine Maria, che in mezzo alle tenebre della passione e della morte del suo Figlio continuò a credere e a sperare nella sua risurrezione, nella vittoria dell’amore di Dio”.

Fonti

http://it.radiovaticana.va/news/2017/03/02/videomessaggio_del_papa_per_i_cristiani_perseguitati/1296016

http://it.radiovaticana.va/news/2017/03/01/papa_quaresima_%C3%A8_speranza,in_paradiso_non_si_va_in_carrozza/1295735

Dopo la cacciata di Isis, la cattedrale di Mosul ritorna ai cristiani

5 febbraio 2017: Nel video, il momento in cui  l’arcivescovo Nicodemo M. Sharaf Daoud, il Metropolita Siro Ortodosso di Mosul, insieme con l’arcivescovo Mor Timothius Shamani di Mar Mousa A. Mattai e alcuni monaci e laici scendono in piazza per rimuovere la grande bandiera dipinta da ISIS, dalla facciata di una chiesa a Mosul.
La chiesa siro-ortodossa di Mosul dedicata a Sant Efrem, un tempo utilizzata dai jihadisti dell’auto-proclamato Stato islamico (Daesh) come sede del Consiglio di stato dei Mujahidin, situata in un’area della città già riconquistata dall’esercito iracheno, è stata visitata da Mar Nicodemus Daoud Matti Sharaf, vescovo siro ortodosso di Mosul. Alcune foto pubblicate dal sito ankawa.com mostrano la chiesa gravemente danneggiata ma non distrutta, dopo più di due anni e mezzo di occupazione jihadista e dopo l’offensiva militare compiuta dall’esercito iracheno e dai raid della coalizione internazionale a guida Usa per riconquistare Mosul.
Il vescovo che ha sconvolto il mondo nel 2014, quando piangeva sconsolato per l’invasione dello Stato Islamico di Mosul, è ora tornato per recuperare la cattedrale come chiesa cristiana e demolire i resti del gruppo islamico.
Domenica 5 febbraio 2017 è già contrassegnato come un giorno speciale nella storia dei cristiani d’Oriente, in particolare quelli della città irachena di Mosul, che è stata oppressa dal sedicente Stato Islamico.
Quel giorno, l’esiliato arcivescovo Nicodemo M. Sharaf Daoud, della diocesi siro ortodossa di Mosul, è ritornato nella cattedrale distrutta e devastata di Sant’ Ephrem nella parte orientale della città.
Durante l’occupazione decennale della città, lo Stato Islamico ha usato questa chiesa come una moschea, mentre ha installato il suo quartier generale presso la sede degli arcivescovi.
“Due anni e mezzo dopo essere stato costretto a fuggire per salvarmi la vita, ho potuto vedere alcune immagini dell’ Arcivescovo nella sua cattedrale, che è la più grande chiesa a Mosul, circondato da macerie, nascondendosi il viso tra le mani, mentre piangeva “, spiega Eduard Pröls, direttore delle campagne CitizenGO in Germania.
Pröls , che negli ultimi anni ha viaggiato diverse volte in Iraq per sostenere i cristiani perseguitati, spiega queste immagini : “Sono stato profondamente toccato nel cuore, perché io ho incontrato più volte il vescovo Nicodemo negli ultimi mesi”.
L’ultima volta che aveva avuto l’opportunità  di incontrare l’arcivescovo era stata nel monastero di Mar Mattai, uno dei più antichi del Cristianesimo, che si trova su una montagna a 35 km da Mosul: “Solo cinque mesi fa, nel settembre 2016, quando nessuno credeva veramente che Mosul sarebbe stata liberata”.
“Questo monastero è stato molto vicino alla linea del fronte che divide il territorio conquistato da parte dello Stato Islamico dal mondo libero. Quando il cielo è limpido, si può vedere Mosul da lì “, ricorda Pröls.
Questo incontro ha avuto luogo solo cinque mesi fa, nel settembre 2016, quando nessuno credeva veramente che Mosul sarebbe stata liberata. Il mese successivo, la liberazione parziale della città è stata raggiunta, mentre la parte occidentale della città, attraverso il fiume Tigri, è sotto il controllo dei terroristi.
Dopo due anni e mezzo, prima di tutto nella cattedrale di Sant’ Efrem a Mosul ritorna la preghiera.
L’ Arcivescovo pochi mesi prima piangeva sconsolatamente, perché dopo diversi secoli i cristiani non potevano più andare a pregare a Mosul, ora è tornato Domenica scorsa e, insieme con l’arcivescovo Mor Timothius Mousa A. Shamani di Mar Mattai e alcuni monaci e laici, ha pregato nella chiesa devastata, per la prima volta dopo la liberazione.
Pröls spiega sul sito della piattaforma MasLibres.org: “il momento più emozionante è stato quando, aiutati da un rampone, i vescovi, monaci e tutto il gruppo sono scesi in strada e insieme hanno incrinato la grande bandiera dello Stato islamico dipinta sulle pareti della chiesa “, come mostrato nel video.
, Osservatorio Antisette

Le Foibe -Giorno del Ricordo – per non Dimenticare-…imparerà mai l’uomo dai suoi errori….

10 FEBBRAIO Le Foibe -Giorno del Ricordo

Le «foibe», cioè le fosse, le numerose profonde cavità naturali carsiche di cui è disseminata la regione dell’estremo nord-est italiano. Con questo stesso termine intendiamo indicare una tragedia grande e ignorata nella quale piombarono le popolazioni italiane del confine orientale vittime del terrore comunista.

http://www.youtube.com/watch?v=h_n_afXJOkU&feature=player_embedded

La catena dell’intolleranza e delle persecuzioni
può essere spezzata solo con l’amore e il perdono,
come ci ha insegnato Gesù dalla Croce,
ma a condizione di
NON DIMENTICARE.
Perchè l’uomo fatica ad imparare dai propri errori,
e la storia, fatta di corsi e ricorsi,
troppe volte ci ripropone eventi ai quali non dovremmo più assistere:
come la pulizia etnica nella ex Jugoslavia
o il martirio dei cristiani nel mondo.
Per questo è importante il ricordo,
per evitare il ripetersi di queste atrocità.

PREGHIERA PER I MARTIRI DELLE FOIBE
O Dio, Signore della vita e della morte,
della luce e delle tenebre,
dalla profondità di questa terra e di questo nostro dolore noi gridiamo a Te.
Ascolta, o Signore, la nostra voce.
Noi siamo venuti qui per innalzare le nostre povere preghiere e deporre i nostri fiori,
ma anche per apprendere l’insegnamento che sale dal sacrificio di questi Morti.
E ci rivolgiamo a Te, perché Tu hai raccolto l’ultimo loro grido, l’ultimo loro respiro.
Questo calvario, col vertice sprofondato nelle viscere della terra,
costituisce una grande cattedra, che indica nella giustizia e nell’amore le vie della pace.
Ebbene, Signore, Principe della Pace, concedi a noi la Tua pace.
Dona conforto alle spose, alle madri, alle sorelle, ai figli
di coloro che si trovano in tutte le foibe di questa nostra triste terra,
e a tutti noi che siamo vivi e sentiamo pesare ogni giorno sul cuore
la pena per questi Morti, profonda come le voragini che li accolgono.
Tu sei il Vivente, o Signore, e in Te essi vivono.
Che se ancora la loro purificazione non è perfetta,
noi Ti offriamo, o Dio Santo e Giusto, la nostra preghiera,
la nostra angoscia, i nostri sacrifici,
perché giungano presto a gioire dello splendore del Tuo Volto.
E a noi dona rassegnazione e fortezza, saggezza e bontà.
Tu ci hai detto: “Beati i misericordiosi perché saranno chiamati figli di Dio,
beati coloro che piangono perché saranno consolati”,
ma anche beati quelli che hanno fame e sete di giustizia
perché saranno saziati in Te, o Signore,
perché è sempre apparente e transeunte il trionfo dell’iniquità.
+ Mons. Antonio Santin Vescovo di Trieste (1959)Risultati immagini per una candela per i martiri delle foibeIl “Giorno del Ricordo” è stato istituito dal Parlamento italiano con la legge 30 marzo 2004, n. 92, e viene celebrato il 10 febbraio con l’obiettivo di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli Italiani e di tutte le vittime delle foibe
e dell’esodo dalle loro terre degli Istriani, Fiumani e Dalmati nel secondo dopoguerra.
Alla fine della Seconda guerra mondiale, mentre tutta l’Italia, veniva liberata dall’esercito Anglo-Americano, a Trieste e nell’Istria (sino ad allora territorio italiano) si viveva l’inizio di una tragedia:
350.000 italiani abitanti dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia dovettero scappare ed abbandonare la loro terra, le case, il lavoro, gli amici e gli affetti incalzati dalle bande armate jugoslave, miliziani della dittatura comunista di Tito;
molti furono uccisi nelle Foibe o nei campi di concentramento.
Tra l’ottobre del 1943 e il maggio del 1945 almeno cinquemila persone (ma forse molte di più) tra istriani e triestini, militari, finanzieri, marinai, maestri elementari, impiegati comunali, minatori, italiani ma anche slavi, antifascisti e fascisti,
furono torturati e uccisi dai miliziani di Tito.
Catturati nei luoghi di lavoro e nelle abitazioni, vennero imprigionati e poi gettati, molti ancora vivi, dentro le “foibe”: voragini rocciose, a forma di imbuto rovesciato,
create dall’erosione dell’acqua sull’altipiano del Carso, e profonde fino a 200 metri.

Una pagina triste della nostra storia
un silenzio doloso.

IL MARTIRIO DEI SACERDOTI CATTOLICI UCCISI DAI PARTIGIANI COMUNISTI
La storia delle foibe è legata al trattato di pace firmato a Parigi il 10 Febbraio 1947, che impose all’Italia la cessione alla Jugoslavia di Zara – in Dalmazia –, dell’Istria con Fiume e di gran parte della Venezia Giulia, con Trieste costituita territorio libero tornato poi all’Italia alla fine del 1954.

Dal 1947 al 1954 le truppe jugoslave di Tito, in collaborazione con i comunisti italiani, commisero un’opera di vera e propria pulizia etnica mettendo in atto gesti di inaudita ferocia.

Sono 350.000 gli Italiani che abbandonarono l’Istria, Fiume e la Dalmazia, e più di 20.000 le persone che, prima di essere gettate nelle foibe (cavità carsiche profonde fino a 200 metri), subirono ogni sorta di tortura. Intere famiglie italiane vennero massacrate, molti venivano legati con filo spinato a cadaveri e gettati nelle voragini vivi, decine e decine di sacerdoti furono torturati e uccisi. Nella sola foiba di Basovizza sono stati ritrovati quattrocento metri cubi di cadaveri.

Per decenni questa barbarie è stata nascosta, tanto che l’agenzia di stampa “Astro 9 colonne”, nel fare un conteggio dei lanci di agenzia pubblicati dal dopoguerra ad oggi sul tema delle foibe, ha scoperto che fino al 1990 erano stati poco più di 30.

Negli anni Novanta l’attenzione per il tema è aumentata: oltre 100 fino al 1995, l’anno successivo i lanci sono stati ben 155. Negli anni recenti ogni anno ce ne sono stati addirittura più di 200.
Calcolare esattamente il numero delle vittime è difficile, ma sono stati almeno 50 i sacerdoti uccisi dalle truppe comuniste di Tito.

Interpellato da ZENIT, Piero Tarticchio, che all’epoca dei fatti aveva sette anni, ha ricordato la tanta gente che partecipò al funerale del suo parente don Angelo Tarticchio, parroco di Villa di Rovino e attivo nell’opera caritativa di assistenza ai poveri, ucciso il 19 settembre del 1943 e sepolto il 4 novembre.

Il sacerdote venne preso di notte dai partigiani jugoslavi, insultato e incarcerato nel castello dei Montecuccoli a Pisino d’Istria. Dopo averlo torturato, lo trascinarono presso Baksoti (Lindaro), dove assieme a 43 prigionieri legati con filo spinato venne ucciso con una raffica di mitragliatrice e gettato in una cava di bauxite.

Tarticchio ha raccontato che il 31 ottobre, quando venne riesumato il cadavere, si vide che in segno di scherno gli assassini avevano messo una corona di filo spinato in testa a don Angelo. Don Tarticchio viene oggi ricordato come il primo martire delle foibe.

Un’altra delle vittime fu don Francesco Bonifacio, un sacerdote istriano che per la sua bontà e generosità veniva chiamato in seminario “el santin”. Cappellano a Volla Gardossi, presso Buie, don Bonifacio era noto per la sua opera di carità e zelo evangelico. La persecuzione contro la fede delle truppe comuniste era tale che non poté sfuggire al martirio.

La sera dell’11 settembre 1946 venne preso da alcune “guardie popolari”, che lo portarono nel bosco. Da allora di Don Bonifacio non si è saputo più nulla; neanche i resti del suo cadavere sono mai stati trovati.

Il fratello, che lo cercò immediatamente, venne incarcerato con l’accusa di raccontare storie false. Per anni la vicenda è rimasta sconosciuta, finché un regista teatrale è riuscito a contattare una delle “guardie popolari” che avevano preso don Bonifacio.

Questi raccontò che il sacerdote era stato caricato su un’auto, picchiato, spogliato, colpito con un sasso sul viso e finito con due coltellate prima di essere gettato in una foiba. Per don Francesco Bonifacio il 26 maggio 1997 è stata introdotta la causa di beatificazione, per essere stato ucciso “in odium fidei”.

In “odium fidei” fu ucciso il 24 agosto del 1947 anche don Miroslav Buselic, parroco di Mompaderno e vicedirettore del seminario di Pisino.

A causa della guerra in molte parrocchie della sua zona non era stato possibile amministrare la cresima, così don Miroslav accompagnò monsignor Jacob Ukmar per amministrare le cresime in 24 chiese diverse. I comunisti, però, avevano proibito l’amministrazione.

Alla chiesa parrocchiale di Antignana i comunisti impedirono l’ingresso a monsignor Ukmae e don Miroslav. Nella chiesa parrocchiale di Pinguente una massa di facinorosi impedì la cresima per 250 ragazzi, lanciando uova marce e pomodori, tra insulti e bestemmie.

Il 24 agosto nella chiesa di Lanischie, che i comunisti chiamavano “il Vaticano” per la fedeltà alla chiesa dei parrocchiani, monsignor Ukmar e don Milo riuscirono a cresimare 237 ragazzi.

Alla fine della liturgia i due sacerdoti si chiusero in canonica insieme al parroco, ma i comunisti fecero irruzione, sgozzarono don Miroslav e picchiarono credendolo morto monsignor Ukmar, mentre don Stjepan Cek, il parroco, riuscì a nascondersi.

Alcuni testimoni hanno raccontato che prima di essere sgozzato don Miloslav avrebbe detto “Perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

Al funerale i comunisti non permisero ai treni pieni di gente di fermarsi, nemmeno nelle stazioni vicine. Al processo i giudici accusarono monsignor Ukmar e il parroco di aver provocato gli incidenti, così il monsignore, dopo aver trascorso un mese in ospedale per le percosse ricevute, venne condannato ad un mese di prigione. Il parroco fu invece condannato a sei anni di lavori forzati.

Su don Milo, il tribunale del popolo sostenne che non era provato che “fosse stato veramente ucciso”. Poteva essersi “suicidato a scopo intimidatorio”. Le prove erano però così evidenti che l’assassino venne condannato a cinque mesi di prigione per “troppo zelo nella contestazione”.

Nel 1956, in pieno regime comunista la diocesi avviò segretamente il processo di beatificazione di don Miloslav Buselic, ed è diffusa ancora oggi la fama di santità di don Miro tra i cattolici d’Istria.
(12 Febbraio 2006) © Innovative Media Inc.

Il martirio dei preti italiani negli anni 1944-1947
tratto da: Agenzia Zenit, 22 gennaio 2006.

Come in Spagna, emerge il martirio dei preti italiani negli anni 1944-1947. Si parla di un totale accertato di 129 sacerdoti

Roma – Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando sembrava che le violenze e le barbarie fossero finite insieme al regime nazista, si scatenò la violenza delle bande armate comuniste che fecero migliaia di morti. Tra questi più di 129 sacerdoti e migliaia di cattolici. Per ricordare quelle vittime e cercare di capire come e perché furono uccise tante persone, Marco Pirina insieme ad alcuni amici ha fondato il Centro Studi Storici “Silentes Loquimir” (Silenziosamente parliamo) e dopo aver recuperato nel 1992 i resti di 68 persone gettati in una Foiba, ha condotto una serrata ricerca di documenti, testimonianze, rapporti delle forze dell’ordine, ritagli di giornali dell’epoca per “ridare dignità alla memoria di infoibati e scomparsi”. Dalle ricerche del Centro Studi Storici “Silentes Loquimir” sono nati due volumi di circa 500 pagine ciascuno, con il titolo “1945-1947 Guerra Civile” e “1945-1947, la Rivoluzione Rossa”. Per questo lavoro di ricerca nel 2003 con legge regionale 2/2003 “Silentes Loquimir” è stato riconosciuto come Istituto di Ricerche Storiche di notevole interesse regionale. Dato il notevole interesse suscitato dalla storia di quel periodo, “Zenit” ha voluto intervistare Marco Pirina.

Nel corso delle sue ricerche lei ha documentato la strage perpetrata nei confronti di quanti si opponevano o potevano essere di ostacolo alla diffusione dell’ideologia comunista nel periodo fra il 1944 e il 1947. Può fornirci alcuni dati, quante furono le vittime, quanti gli “scomparsi”?
Pirina: Partiamo da un dato scientifico, che sono le denunce presentate alle autorità giudiziarie, carabinieri, ecc nel territorio italiano. Escludendo le zone dell’Istria e della Dalmazia, che non erano più sotto il controllo dell’autorità italiana, e dove comunque fu compiuta una strage da parte delle truppe di Tito, abbiamo un totale degli scomparsi che è di 50.380, di cui oltre 12.000 gli scomparsi senza un fiore, cioè delle persone di cui non si è mai trovato il corpo. Di queste vittime solo una piccola parte era coinvolta con il passato regime fascista.

Quanti di questi erano sacerdoti o seminaristi e quanti esponenti e militanti di associazioni cattoliche?
Pirina: I dati certi documentano la responsabilità provata di militanti comunisti nell’assassinio di 110 sacerdoti. Analizzando gli scomparsi provincia per provincia siamo arrivati a contare un totale di 129 sacerdoti uccisi. Di 19 non si conoscono gli assassini, anche se sembra un dato certo che a guerra finita, con i nazifascisti sconfitti, soprattutto i partigiani socialcomunisti nutrivano un odio sistematico contro la religione cattolica ed erano anche in grado di organizzare ed eseguire omicidi. Per quanto riguarda i dirigenti cattolici, basti dire che solo a Bologna sono scomparsi circa 160 coltivatori cattolici, che non volevano far parte delle cooperative rosse e non erano d’accordo a essere sottomessi alle organizzazioni comuniste. I militanti comunisti non hanno avuto pietà neanche dei partigiani cattolici che combattevano i nazifascisti.

Tra l’8 e il 12 febbraio 1945 a Porzûs in Friuli un gruppo di partigiani cattolici appartenenti alla brigata Osoppo venne massacrata da una brigata comunista guidata da Mario Toffanin. Tra le vittime Ermes, nome di battaglia di Guido, fratello dello scrittore Pierpaolo Pasolini. I comunisti uccisero i partigiani cristiani perché si opponevano alla politica di alleanza con le truppe di Tito che voleva l’annessione di territori italiani alla Slovenia.

Per la causa di beatificazione e canonizzazione del seminarista Rolando Rivi, la Chiesa cattolica parla di martirio cioè di un crimine commesso in odio alla fede. Quante e quali altre storie di martirio lei conosce?
Pirina: Le storie di martirio sono molte e diverse, ne ricordo alcune. Don Francesco Bonifacio, un sacerdote docile e pio, dedicato a opere di carità e zelo, l’11 agosto del 1946 venne prelevato a casa dalle cosiddette guardie popolari, venne ucciso e gettato in una foiba. Di lui non si saprà più nulla. Nel 1998, dopo che è stata pubblicata una sua biografia è stata introdotta la causa di beatificazione. Don Giovanni Dorbolò infoibato il primo maggio 1945; don Nicola Fantela affogato a Ragusa con la pietra al collo il 25 ottobre 1944; don Ugo Bardotti, ucciso a Cevoli (Pi) il 4 febbraio 1951, sulla cui lapide è scritto: Ucciso in odio alla fede. L’aspetto più agghiacciante di queste storie è l’odio esercitato contro la fede cattolica e contro i sacerdoti che ne erano espressione. Gli assassini non si sono accontentati di ucciderli. Si tratta di sacerdoti che non avevano fatto male a nessuno, anzi erano esempi di carità e aiuto per tutti. Don Giuseppe Lendini fu ucciso a Crocetta di Pavullo in provincia di Modena, il 21 luglio 1945. I suoi assassini lo hanno picchiato e torturato per costringerlo a bestemmiare. Quando venne ritrovato il corpo, varie ossa erano state spezzate, crivellato di proiettili con il cranio fracassato e privo degli occhi. Don Giuseppe Tarozzi, di Riolo di Castefranco, è stato tagliato a pezzi e messo in un forno. Don Carlo Terenziani è stato cosparso di vino prima di finirlo con colpi di mitraglia. Don Giuseppe Jemmi fu picchiato a sangue insultato e sbeffeggiato dai partigiani comunisti prima di essere falciato da una raffica di mitra. Sul suo cappello fu appiccicata una stella rossa. Nel 2004 l’Osservatore Romano ha chiesto che si iniziasse il processo di beatificazione per don Jemmi.

Storie molto simili ai martiri di Spagna?
Pirina: Molti dei commissari politici delle formazioni partigiane e garibaldine avevano combattuto in Spagna negli anni 1935-1936, quando si sparava sui crocifissi, sulle chiese, sulle statue e le immagini di Maria, quando vennero trucidati suore, sacerdoti, attivisti di associazioni cattoliche. Così si é ripetuto in Italia parte di quello che avevano già fatto in Spagna. Al funerale di don Ugo Bardotti, il Vescovo di San Miniato non esitò ad accomunare l’assassinio del sacerdote della sua diocesi, al “clero martire della guerra di Spagna e alla Chiesa perseguitata nel blocco sovietico dell’Est Europa”.

Il Papa: basta violenze contro i cristiani; necessaria l’unione di tutti i cristiani di fronte alle persecuzioni

San Paolo indica la strada: “l’amore di Cristo ci invita alla riconciliazione”(2 Corinzi 5: 14). I Cristiani possono essere sempre strumenti di pace!

I cristiani sono chiamati a testimoniare l’amore di Cristo anche di fronte alle violenze e persecuzioni. E’ quanto affermato da Papa Francesco nell’udienza ai membri della Commissione mista Internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse Orientali (27 gennaio 2017). Il sangue dei martiri, ha detto il Pontefice, è ancora oggi seme di nuovi cristiani e strumento di pace e comunione.

Testimoniare Gesù anche quando si è perseguitati, quando si è vittime di atti terribili e persecuzioni. Papa Francesco ha colto l’occasione dell’incontro con la Commissione di dialogo tra cattolici e ortodossi orientali per mostrare la sua vicinanza ai tanti cristiani che oggi soffrono a causa dei fondamentalismi.

Di fronte a violenze e persecuzioni, cristiani siano uniti

“Molti di voi – ha rilevato – appartengono a Chiese che assistono quotidianamente all’imperversare della violenza e ad atti terribili, perpetrati dall’estremismo fondamentalista”:

“Siamo consapevoli che situazioni di così tragica sofferenza si radicano più facilmente in contesti di povertà, ingiustizia ed esclusione sociale, dovute anche all’instabilità generata da interessi di parte, spesso esterni, e da conflitti precedenti, che hanno prodotto condizioni di vita miserevoli, deserti culturali e spirituali nei quali è facile manipolare e istigare all’odio. Ogni giorno le vostre Chiese sono vicine alla sofferenza, chiamate a seminare concordia e a ricostruire pazientemente la speranza, confortando con la pace che viene dal Signore, una pace che insieme siamo tenuti a offrire a un mondo ferito e lacerato”.

Vicino a popolazioni provate da guerre e persecuzioni
Ancora, riecheggiando San Paolo, il Papa ha evidenziato che “se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme”. Si è quindi unito nella preghiera alle Chiese che soffrono, “invocando la fine dei conflitti e la vicinanza di Dio per le popolazioni provate, specialmente per i bambini, i malati e gli anziani”:

“In modo particolare ho a cuore i vescovi, i sacerdoti, i consacrati e i fedeli, vittime di rapimenti crudeli, e tutti coloro che sono stati presi in ostaggio o ridotti in schiavitù”.

Rispondere con il Vangelo alla logica della violenza
Il Papa ha così rivolto il pensiero ai tanti martiri “che hanno dato coraggiosa testimonianza a Cristo”. Essi, ha ammonito, “ci rivelano il cuore della nostra fede, che non consiste in un generico messaggio di pace e di riconciliazione, ma in Gesù stesso, crocifisso e risorto: Egli è la nostra pace e la nostra riconciliazione”:

“Come discepoli suoi, siamo chiamati a testimoniare ovunque, con fortezza cristiana, il suo amore umile che riconcilia l’uomo di ogni tempo. Laddove violenza chiama violenza e violenza semina morte, la nostra risposta è il puro fermento del Vangelo, che, senza prestarsi alle logiche della forza, fa sorgere frutti di vita anche dalla terra arida e albe di speranza dopo le notti del terrore”.

Il sangue dei martiri seme di nuovi cristiani e di pace
“Il centro della vita cristiana, il mistero di Gesù morto e risorto per amore – ha soggiunto – è il punto di riferimento anche per il nostro cammino verso la piena unità”. Ed ha affermato che la vita di martiri richiama “alla comunione, a camminare più speditamente sulla strada verso la piena unità”. “E noi – ha aggiunto a braccio – cosa aspettiamo?”:

“Come nella Chiesa primitiva il sangue dei martiri fu seme di nuovi cristiani, così oggi il sangue di tanti martiri sia seme di unità fra i credenti, segno e strumento di un avvenire in comunione e in pace”.

(Da Radio Vaticana)  

Invocazioni per l’unità dei cristiani

 O Dio, per la tua maggior gloria, raduna i cristiani dispersi.

Perchè il mondo creda in te, raduna i cristiani dispersi.

Perchè trionfi il bene e la verità, raduna i cristiani dispersi.

 Perchè vi sia un solo gregge sotto la guida di un solo pastore, raduna i cristiani dispersi.

 Perchè sia confuso l’orgoglio di satana, raduna i cristiani dispersi.

 Perchè regni infine la pace nel mondo, raduna i cristiani dispersi.

 PREGHIAMO

Padre santo, che per mezzo del Figlio tuo hai voluto riunire

tutti i popoli nell’unità di una sola famiglia,

concedi che tutti coloro che si gloriano del nome cristiano

sappiano superare ogni divisione e divengano una cosa sola

nella verità e nella carità.

Fa’ che tutti gli uomini siano presto illuminati dalla luce

della vera fede e si incontrino in comunione fraterna nell’unica Chiesa.

Per Cristo nostro Signore. Amen.

Giornata della Memoria: ricordiamo anche i 45 milioni di cristiani uccisi per la loro fede, nel XX secolo, il secolo dei totalitarismi assassini

Nella giornata della memoria, 27 gennaio si fa memoria dell’olocausto degli ebrei, perpetrato dai fautori del Nazionalsocialismo. Ma l’olocausto degli ebrei non è stato l’unico sterminio di cui si è macchiata l’umanità “civile” nel secolo scorso.
Ricordiamo anche i 45 milioni di cristiani, uccisi per la loro fede. E’ stato un genocidio religioso, attuato fondamentalmente dai due totalitarismi del secolo XX: il Nazismo e il Comunismo. Del tremendo olocausto ebraico, che ha causato 6 milioni di vittime, non dobbiamo mai dimenticarci, affinchè non accada mai più. Di quello cristiano, che nel secolo scorso ha causato un numero di vittime superiore di nove volte, e che oggi è ancora in atto, pochi si ricordano.

Richard Rubenstein, un rabbino ebreo, di fronte allo scandalo dei campi di concentramento, scrisse che Dio è morto ad Auschwitz: è la “teologia della morte di Dio”, divulgata negli anni ’60. Invece, i discepoli di Cristo, che ha vinto la morte ed è Signore dei risorti, approfittano delle giornate della memoria per elevare lo sguardo della loro intelligenza al disegno salvifico unico e universale di Dio, disegno che si compie nella storia e ha come sola causa Dio stesso, Amore oblativo.

Giustamente si deplora il folle piano di annientamento che i nazisti hanno attuato nei confronti del popolo ebreo, ma anche i cristiani sono state vittime del regime nazionalsocialista, soltanto nella Polonia gli ecclesiastici uccisi dai nazisti furono 6.400.

La repressione hitleriana contro i cattolici risulta essere stata particolarmente feroce soprattutto e anzitutto in quella Polonia rivendicata e poi invasa dal Reich. La Polonia dei lager, primo fra tutti quello di Auschwitz-Birkenau a Oswiecim, luogo del supremo martirio di cristiani e di ebrei a cominciare dal frate minore conventuale san Massimiliano Kolbe (1894-1941) e dalla suora carmelitana scalza santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, ebrea convertita (1891-1942).

Alla fine della Seconda guerra mondiale, le vittime cattoliche polacche mietute dai tedeschi contano 4 vescovi, 1996 sacerdoti, 113 chierici e 238 religiose. I deportati nei campi di prigionia e di sterminio sono stati in totale 3642 sacerdoti, 389 chierici, 341 conversi e 1117 suore.

A migliaia furono i cristiani annientati nella Russia Sovietica, tra il 1917 e 1925, scomparvero nel nulla 200 mila cattolici.
Come è potuto e può ancor oggi accadere che dell’esistenza di questo fiume di sangue la nostra cultura abbia così scarse memoria e consapevolezza? 
Infatti l’Occidente è stato finora cieco e muto, si è rifiutato di vedere e di parlare, c’è stata una sottile ipocrisia della nostra cultura (dai massmedia all’Università, alle varie associazioni politiche).

Per il 27 gennaio la Legge 211 del 20 luglio del 2000 ha istituito in Italia, come in molti altri Paesi del mondo, il «Giorno della memoria» per trasmettere alle giovani generazioni la consapevolezza della Shoah, per rendere omaggio alle vittime e a chi si oppose al progetto di sterminio nazista, sacrificando la propria libertà e la propria vita. Come data è stato scelto il 27 gennaio perché proprio questo giorno nel 1945 venivano aperti i cancelli del campo di sterminio nazista di Auschwitz. 

A pochi giorni di distanza, il 10 febbraio si celebra il «Giorno del ricordo» istituito con la Legge 92 del 30 marzo 2004, per rinnovare la memoria della tragedia degli Italiani e di tutte le VITTIME DELLE FOIBE , dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.
Almeno diecimila persone, negli anni drammatici a cavallo del 1945, sono state torturate e uccise a Trieste e nell’Istria controllata dai partigiani comunisti jugoslavi di Tito.
La prima giornata ha lo scopo di educare i giovani al rispetto reciproco, al rifiuto di qualsiasi manifestazione di razzismo e di antisemitismo, e ai valori fondanti di una moderna società civile.
La seconda giornata ha anche lo scopo di valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate.

Dobbiamo avere memoria dell’esempio, coraggio, amore e testimonianza autenticamente evangelica di quei cristiani che, nelle barbarie perpetrate dal Nazismo e dal Comunismo, misero a repentaglio la loro vita – e in alcuni casi la persero – per cercare di salvare le vittime innocenti della persecuzione.
Quei “giusti” che è importante ricordare, perché solo guardando alla luce di quelle perle spesso nascoste di bene possiamo stare di fronte all’abisso del male, a quella tragedia avvenuta nel cuore dell’Europa solo settant’anni fa.

S. Giovanni Paolo II “I cristiani d’Europa e del mondo, chini in preghiera sul limitare dei campi di concentramento e delle prigioni, devono essere riconoscenti per quella loro luce: era la luce di Cristo, che essi hanno fatto risplendere nelle tenebre” (Lettera apostolica per il quarto centenario dell’unione di Brest, 12 novembre 1995, N.4).

LUOGHI COMUNI SU CHIESA E NAZISMO
La simpatia della Chiesa verso il nazismo è una delle più deboli leggende nere, ma anche una tra le più diffuse e persistenti. Su questo argomento sono sorti tanti luoghi comuni divenuti spesso cavalli di battaglia per gli anticlericali che sogliono paragonare il cattolicesimo al partito nazionalsocialista. Si sostiene, per esempio, che il Vaticano avrebbe mandato al potere i nazisti, persuadendo il Partito del Centro a votare per Hitler in cambio della promessa di un Concordato, per poi abbandonare il partito una volta che questo fu stipulato. Nella realtà, la prospettiva di un concordato non ebbe alcuna parte nei negoziati tra il Centro e Hitler in vista della votazione del decreto dei pieni poteri e il partito cattolico non si sciolse per via delle pressioni vaticane (lo stesso Pacelli apprenderà dell’autoscioglimento dai giornali), ma per via delle minacce che già avevano colpito tutte le forze politiche.

Inoltre, il Concordato venne stipulato non per ricavare vantaggi, nonostante molti continuino a ripeterlo, ma per difendersi dai nazisti. La gerarchia ecclesiastica era ben consapevole della loro inaffidabilità tanto che il cardinale Faulhaber affermò: “con il Concordato siamo impiccati, senza il Concordato saremmo impiccati, torturati e squartati” (M. Burleigh, In nome di Dio Bergamo 2007 pp. 203-207).

Un’altra bufala riguarda il fatto che Hitler fosse cattolico. Se è vero, infatti, che nei discorsi pubblici ci teneva a presentarsi come il difensore della cristianità contro il bolscevismo, è pur vero che privatamente fu assai critico verso il cristianesimo che considerava una religione ebraica (come documentato nelle “Conversazioni a tavola”) e che tali affermazioni pubbliche erano contraddette dalla sua politica ecclesiastica. Infatti, durante tutto il periodo del Terzo Reich entrambe le Chiese furono perseguitate e, come rileva lo storico Sergio Romano, “se avesse vinto la guerra, Hitler avrebbe trattato le Chiese cristiane come stati sconfitti”. Gli abitanti della Germania erano per la maggior parte cristiani (formalmente), ma molti alti gerarchi nazisti (tra cui Hitler stesso) erano fieri avversari del cristianesimo come Martin Bormann, Heinrich Himmler, Alfred Rosenberg, Baldur von Schirach e si proponevano d’eliminarlo. Il moto dell’esercito tedesco “Gott mis uns” (“Dio è con noi”), era già presente fin dai tempi degli imperatori tedeschi e il regime nazista scelse di tenerlo per non accentuare i dubbi già presenti della classe degli ufficiali tedeschi verso il regime.

Non vi fu, inoltre, alcuna alleanza tra i papi e il nazismo per un fronte comune contro il comunismo, anzi durante la guerra la Santa Sede si rifiutò di benedire l’attacco tedesco alla Russia, sia per via del suo atteggiamento improntato alla neutralità, sia perché entrambe le dittature erano anticristiane come spiegò monsignor Domenico Tardini (allora segretario di Stato vaticano) in un colloquio con l’ambasciatore italiano Bernardo Attolico: «[Il comunismo] È il peggiore nemico della Chiesa. Ma non è l’unico. Il nazismo ha fatto, e sta facendo, una vera e propria guerra alla Chiesa» (A. Tornielli. Pio XII. Un uomo sul trono di Pietro, Milano 2007 pp. 359-360).

Per contrastare l’idea di questa supposta alleanza basterebbe far presente la lettera circolare di Herman Goring intitolata “Decreto sul cattolicesimo politico” nella quale ordinava a tutte le autorità politiche e giudiziarie di procedere contro ogni tentativo dei cattolici d’immischiarsi negli affari dello stato o l’idea accarezzata da Hitler di far prigioniero il papa documentata da una nota del diario di Goebbels del luglio del ’43 (M. Phayer, Il papa e il diavolo, Roma 2008 p. 121).

Una “prova” che i critici del papato portano a sostegno del filonazismo di Pio XII è il presunto aiuto del Vaticano alla fuga di alcuni nazisti (spesso negando o minimizzando l’apporto dato dal papa alla fuga o al nascondiglio di ebrei e partigiani durante la guerra). È noto infatti, che il vescovo Alois Hudal aiutò a far fuggire molti gerarchi:  un indizio che agisse per sua iniziativa sta nel fatto che il vescovo austriaco era malvisto negli ambienti vaticani tanto che nelle sue memorie Hudal si lamentò dell‘ostilità subita da Pio XII e da Montini e attaccò il rifiuto delle gerarchie ecclesiastiche a formare un’alleanza con la Germania per fermare il “comunismo ateo”. All’epoca poi, il papa autorizzò il gesuita americano Edmund Walsh a presentare un dossier al Tribunale dei Crimini di guerra a Norimberga in cui si documentavano i crimini e le atrocità dei nazisti (David G. Dalin, “La storia come calunnia. Daniel Goldhagen diffama la Chiesa Cattolica”).

Il fatto che Pio XII non avesse denunciato pubblicamente durante la guerra le atrocità naziste non implica in alcun modo una qualche simpatia per il regime tedesco perché il papa durante la guerra non denunciò pubblicamente neppure le atrocità di Stalin, preferendo agire di nascosto per aiutare le vittime dei totalitarismi e scegliendo di scomunicare i comunisti solo quattro anni dopo la fine del conflitto ossia quando i nazisti non potevano più sfruttare la sua condanna anticomunista a scopo di propaganda. Al contrario, l’antipatia di Achille Ratti e di Pacelli nei confronti del regime tedesco e della sua ideologia è ben nota e documentata, ma poco importa ai calunniatori della Chiesa che alla storia preferiscono la propaganda.

REPRESSIONE HITLERIANA CONTRO I CATTOLICI
Hitler, nemico giurato della Chiesa

Nel 1933, la Santa Sede firma il Concordato con la Germania nazionalsocialista. Il 14 marzo 1937, Papa Pio XI promulga l’enclica Mit Brennender Sorge: è la scomunica del “cristianesimo tedesco” e della “superiorità della razza” teorizzate dal Terzo Reich. Pochi giorni dopo, il 19 marzo, con l’enciclica Divini Redemptoris il pontefice scomunica anche il comunismo ateo regnante in Unione Sovietica.

A tal proposito Brigitte Hamann ha curato una ricerca unica nel suo genere, andando a ripercorrere la giovinezza di Hitler, a ripescare i giornali avidamente letti da Hitler all’epoca del suo “apprendistato” giovanile, e a ricordare i pensatori cui Hitler dovette molte delle idee che poi, una volta al potere, avrebbe portato avanti con fredda determinazione.  Anzitutto, nota la Hamman, il padre di Hitler, Alois, è un “anticlericale”, avverso alle scuole religiose, cresciuto nel mito di Bismarck, l’autore della grandezza prussiana, ma anche di una forte persecuzione della Chiesa.

Anche il giovane Adolf viene allevato sin da piccolo agli ideali del padre, in particolare al nazionalismo pangermanista. Tra i pensatori che Hitler ha modo di apprezzare negli anni della sua formazione vi sono una serie di personalità bizzare, dedite a studi esoterici e alla politica. Il primo di questi è il viennese Guido von List, che si attribuisce il predicato nobiliare “von” perché appartenente, a suo dire, alla “razza dei dominatori ariani”.

Il von List è un personaggio barbuto, con l’aria profetica, fondatore di associazioni segrete e autore di romanzi e di scritti teorici, in cui addita soprattutto i nemici della razza ariana: “la Chiesa cattolica, gli ebrei, i massoni”. Tutti in un unico minestrone. “Il clero romano”, sostiene, mira ad “annientare e soffocare costumi e abitudini tedeschi, mentalità tedesca e diritto tedesco”.

LE CONVERSAZIONI A TAVOLA DI HITLER

“Conversazioni a tavola di Hitler”, da poco ristampato in Italia, dopo 50 anni, dalla Libreria editrice Goriziana (2010).

Si tratta dei discorsi tenuti da Hitler “all’apice del suo successo, durante il primo anno della sua guerra d’aggressione contro la Russia. Con la prospettiva di una vittoria totale, Hitler guarda fiduciosamente alla realizzazione di tutti i piani ambiziosi già adombrati sedici anni prima nel Mein Kampf” ( dall’introduzione di Hugh R. Trevor Roper).

Questi discorsi, confidenziali, con gli invitati che di volta in volta accedono a lui, vengono trascritti a partire dal 5 luglio 1941 per ordine di Martin Bormann, capo della cancelleria del partito e segretario del Fuhrer.
Bormann, per capire brevemente l’uomo, è considerato l’ “uomo ombra” di Hitler ed è un violentissimo nemico del cristianesimo, oltre che degli ebrei. “La religione cristiana, scrive, è un veleno, di cui poi è molto difficile liberarsi e che infetta i bambini”.

Spinto proprio da questa convinzione egli si occupa “con particolare tenacia di prosciugare le fonti economiche delle Chiese. Durante tutta la guerra ordinò la requisizione di patrimoni di istituzioni ecclesiastiche, pretese da loro contributi finanziari sempre maggiori” e fa tutto quello che è in suo potere, per rendere difficile la vita dei credenti e per assoggettare i religiosi che “si rifiutano di fungere da strumenti” del regime.

Anzitutto Hitler ritiene che il Cristianesimo sia una delle manifestazioni della perfidia ebraica: parla quindi esplicitamente di “cristianesimo ebraico”. “Il cristianesimo, afferma la notte del 20 febbraio 1942, costituisce il peggiore del regressi che l’umanità abbia mai potuto subire, ed è stato l’Ebreo, grazie a questa invenzione diabolica, a ricacciarla quindici secoli indietro”.  Il cristianesimo infatti si è posto alla testa dei più miserabili, degli schiavi, dei malriusciti, con le sue teorie “egualitarie” nate per “conquistare un’enorme massa di gente priva di radici”.

 Soprattutto è interessante  che Hitler condivida coi comunisti-bolscevichi, verso cui dichiara il suo odio, e con cui si alleerà per scatenare il secondo conflitto mondiale, due idee:

La prima: che il cristianesimo sia contro la scienza e la ragione (oltre che dello Stato laico).

La seconda: che sia condannato a sparire col tempo, automaticamente, soffocato dall’affermarsi del nazismo trionfante e liberatore.

Anche Marx aveva creduto lo stesso; anche i bolscevichi spiegavano, in quegli stessi anni, che la Chiesa non avrebbe retto il confronto con la scienza, la modernità ed il progresso, e sarebbe sparita da sola, una volta instaurata la società giusta, perfetta, egualitaria, in una parola, comunista. Senza bisogno di persecuzioni (che invece, poi, ci furono eccome).

Hitler, anche qui in perfetta sintonia col pensiero marxista – che sarebbe giunto a condannare la teoria del Big Bang come evidentemente creazionista-, non crede all’idea biblica, ma si schiera per una evoluzione auto-guidata da una forza creatrice e divina immanente.

In più occasioni egli ribadisce che la visione scientifica della realtà non vede uno “iato tra il mondo organico e il mondo inorganico”, checché ne dica la Chiesa. Non vi è infatti, in una visione panteista, una vera differenza ontologica tra uomini e animali (di qui anche la sua passione per il vegetarianesimo e i suoi continui richiami al suo amore per gli animali).

Inoltre, nella visione evoluzionista di Hitler, l’uomo come individuo singolo, coerentemente, non esiste. Ciò che conta è solo la razza, la specie: “ho imparato che la vita è una lotta crudele, il cui unico fine è la conservazione della specie. L’individuo può scomparire, purché ci siano altri uomini a sostituirlo”.

Proprio in nome di questa visione arriva a giustificare le guerre in cui milioni di singoli uomini periscono, per il bene della razza ariana. Hitler giunge persino ad accenti violentemente ecologisti: “l’uomo è indubbiamente il microbo più pericoloso che si possa immaginare. Sfrutta il suolo che ha sotto i piedi”, causando le “catastrofi che si verificano periodicamente sulla faccia della terra”. Non crede dunque ad un Dio personale, che crea ed ama ogni sua singola creatura.

Rimane una domanda: come valutava Hitler l’azione della Chiesa rispetto al nazismo?

Lui, personalmente, non aveva dubbi: “Ho conquistato lo Stato a dispetto della maledizione gettata su di noi dalle due confessioni”, quella cattolica e quella protestante (13 dicembre 1941); “Un male che ci rode sono i nostri preti delle due confessioni. Attualmente non posso dar loro risposta che si meritano, ma essi non perderanno nulla ad aspettare. Ogni cosa è trascritta nel mio registro. Verrà il momento in cui regolerò i miei conti con loro e non prenderò vie traverse” (8 febbraio 1942); “Ora la principale attività dei preti consiste nel minare la politica nazionalsocialista” (7 aprile 1942); i preti oggi ci insultano e ci combattono, “si pensi per esempio alla collusione tra la Chiesa e gli assassini di Heydrich… Mi è facile immaginare che il vescovo von Galen sappia perfettamente che a guerra finita regolerò fino al centesimo i miei conti con lui…” (4 luglio 1942); “Il clero è un rettile…il vescovo Preysing è un rettile… La Chiesa cattolica non ha che un desiderio: la nostra rovina” (11 agosto 1942)…

(Fonti: Francesco Agnoli “Novecento: il secolo senza croce”- SugarCo 2011- articoli di UCCR)