Papa a Carpi: ” mai intrappolati dalle macerie della vita! la speranza che vince la morte e il male ha un Nome: si chiama GESU'”

Non restare intrappolati nelle macerie della vita, ma stare dalla parte di Gesù e farlo avvicinare ai nostri sepolcri. Così il Papa nell’omelia della Messa celebrata stamani in Piazza Martiri, a Carpi, alla presenza di circa 70 mila persone. Dopo la recita dell’Angelus, la benedizione delle prime 4 pietre di altrettanti edifici della diocesi, colpita dal terremoto del 2012 in Emilia. Dopo la Messa e l’Angelus a Carpi, Francesco ha chiuso il suo viaggio nelle terre emiliane a Mirandola, nel Duomo dell’Assunta. E ha deposto un mazzo di fiori in ricordo delle vittime del sisma sull’altare ancora scheggiato: ” Avete dato un esempio di coraggio a tutta l’umanità”.  Francesco sottolinea “lo spirito evangelico” con cui la gente ha affrontato la situazione, “accettando negli eventi dolorosi la misteriosa presenza di un Padre che è sempre amorevole anche nelle prove più dure”.

Le ferite sono guarite, afferma, ma rimangono le cicatrici: “E rimarranno tutta la vita le cicatrici, e guardando queste cicatrici voi abbiate il coraggio di crescere e di far crescere i vostri figli in quella dignità, in quella fortezza, in quello spirito di speranza, in quel coraggio che voi avete avuto nel momento delle ferite”.

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SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Piazza Martiri (Carpi)
V Domenica di Quaresima, 2 aprile 2017

Le Letture di oggi ci parlano del Dio della vita, che vince la morte. Soffermiamoci, in particolare, sull’ultimo dei segni miracolosi che Gesù compie prima della sua Pasqua, al sepolcro del suo amico Lazzaro.

tutto sembra finito: la tomba è chiusa da una grande pietra; intorno, solo pianto e desolazione. Anche Gesù è scosso dal mistero drammatico della perdita di una persona cara: «Si commosse profondamente» e fu «molto turbato» (Gv 11,33). Poi «scoppiò in pianto» (v. 35) e si recò al sepolcro, dice il Vangelo, «ancora una volta commosso profondamente» (v. 38). È questo il cuore di Dio: lontano dal male ma vicino a chi soffre; non fa scomparire il male magicamente, ma con-patisce la sofferenza, la fa propria e la trasforma abitandola.

Notiamo però che, in mezzo alla desolazione generale per la morte di Lazzaro, Gesù non si lascia trasportare dallo sconforto. Pur soffrendo Egli stesso, chiede che si creda fermamente; non si rinchiude nel pianto, ma, commosso, si mette in cammino verso il sepolcro. Non si fa catturare dall’ambiente emotivo rassegnato che lo circonda, ma prega con fiducia e dice: «Padre, ti rendo grazie» (v. 41). Così, nel mistero della sofferenza, di fronte al quale il pensiero e il progresso si infrangono come mosche sul vetro, Gesù ci offre l’esempio di come comportarci: non fugge la sofferenza, che appartiene a questa vita, ma non si fa imprigionare dal pessimismo.

Attorno a quel sepolcro, avviene così un grande incontro-scontro. Da una parte c’è la grande delusione, la precarietà della nostra vita mortale che, attraversata dall’angoscia per la morte, sperimenta spesso la disfatta, un’oscurità interiore che pare insormontabile. La nostra anima, creata per la vita, soffre sentendo che la sua sete di eterno bene è oppressa da un male antico e oscuro. Da una parte c’è questa disfatta del sepolcro. Ma dall’altra parte c’è la speranza che vince la morte e il male e che ha un nome: la speranza si chiama Gesù. Egli non porta un po’ di benessere o qualche rimedio per allungare la vita, ma proclama: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (v. 25). Per questo decisamente dice: «Togliete la pietra!» (v. 39) e a Lazzaro grida a gran voce: «Vieni fuori!» (v. 43).

Cari fratelli e sorelle, anche noi siamo invitati a decidere da che parte stare. Si può stare dalla parte del sepolcro oppure dalla parte di Gesù. C’è chi si lascia chiudere nella tristezza e chi si apre alla speranza. C’è chi resta intrappolato nelle macerie della vita e chi, come voi, con l’aiuto di Dio solleva le macerie e ricostruisce con paziente speranza.

Di fronte ai grandi “perché” della vita abbiamo due vie: stare a guardare malinconicamente i sepolcri di ieri e di oggi, o far avvicinare Gesù ai nostri sepolcri. Sì, perché ciascuno di noi ha già un piccolo sepolcro, qualche zona un po’ morta dentro il cuore: una ferita, un torto subìto o fatto, un rancore che non dà tregua, un rimorso che torna e ritorna, un peccato che non si riesce a superare. Individuiamo oggi questi nostri piccoli sepolcri che abbiamo dentro e invitiamo Gesù. È strano, ma spesso preferiamo stare da soli nelle grotte oscure che abbiamo dentro, anziché invitarvi Gesù; siamo tentati di cercare sempre noi stessi, rimuginando e sprofondando nell’angoscia, leccandoci le piaghe, anziché andare da Lui, che dice: «Venite a me, voi che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Non lasciamoci imprigionare dalla tentazione di rimanere soli e sfiduciati a piangerci addosso per quello che ci succede; non cediamo alla logica inutile e inconcludente della paura, al ripetere rassegnato che va tutto male e niente è più come una volta. Questa è l’atmosfera del sepolcro; il Signore desidera invece aprire la via della vita, quella dell’incontro con Lui, della fiducia in Lui, della risurrezione del cuore, la via dell’“Alzati! Alzati, vieni fuori!”. E’ questo che ci chiede il Signore, e Lui è accanto a noi per farlo.

Sentiamo allora rivolte a ciascuno di noi le parole di Gesù a Lazzaro: “Vieni fuori!”; vieni fuori dall’ingorgo della tristezza senza speranza; sciogli le bende della paura che ostacolano il cammino; ai lacci delle debolezze e delle inquietudini che ti bloccano, ripeti che Dio scioglie i nodi. Seguendo Gesù impariamo a non annodare le nostre vite attorno ai problemi che si aggrovigliano: sempre ci saranno problemi, sempre, e quando ne risolviamo uno, puntualmente ne arriva un altro. Possiamo però trovare una nuova stabilità, e questa stabilità è proprio Gesù, questa stabilità si chiama Gesù, che è la risurrezione e la vita: con lui la gioia abita il cuore, la speranza rinasce, il dolore si trasforma in pace, il timore in fiducia, la prova in offerta d’amore. E anche se i pesi non mancheranno, ci sarà sempre la sua mano che risolleva, la sua Parola che incoraggia e dice a tutti noi, a ognuno di noi: “Vieni fuori! Vieni a me!”. Dice a tutti noi: “Non abbiate paura”.

Anche a noi, oggi come allora, Gesù dice: “Togliete la pietra!”. Per quanto pesante sia il passato, grande il peccato, forte la vergogna, non sbarriamo mai l’ingresso al Signore. Togliamo davanti a Lui quella pietra che Gli impedisce di entrare: è questo il tempo favorevole per rimuovere il nostro peccato, il nostro attaccamento alle vanità mondane, l’orgoglio che ci blocca l’anima, tante inimicizie tra noi, nelle famiglie,… Questo è il momento favorevole per rimuovere tutte queste cose.

Visitati e liberati da Gesù, chiediamo la grazia di essere testimoni di vita in questo mondo che ne è assetato, testimoni che suscitano e risuscitano la speranza di Dio nei cuori affaticati e appesantiti dalla tristezza.

Il nostro annuncio è la gioia del Signore vivente, che ancora oggi dice, come a Ezechiele: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio» (Ez 37,12). Risultati immagini per PAPA FRANCESCO A CARPI

Fonti

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2017/documents/papa-francesco_20170402_omelia-visitapastorale-carpi.html

http://it.radiovaticana.va/news/2017/04/02/papa_a_carpi_mai_intrappolati_da_macerie,_ges%C3%B9_risolleva/1302927

http://it.radiovaticana.va/news/2017/04/02/il_discorso_del_papa_alla_popolazione_di_mirandola/1302980

 

Papa Francesco: “aprite i vostri cuori e la forza di Dio farà cose miracolose!”

Udienza generale 29.03.2017,  La speranza contro ogni speranza (cfr Rm 4,16-25)

Il passo della Lettera di san Paolo ai Romani che abbiamo appena ascoltato ci fa un grande dono. Infatti, siamo abituati a riconoscere in Abramo il nostro padre nella fede; oggi l’Apostolo ci fa comprendere che Abramo è per noi padre nella speranza; non solo padre della fede, ma padre nella speranza. E questo perché nella sua vicenda possiamo già cogliere un annuncio della Risurrezione, della vita nuova che vince il male e la stessa morte.

Nel testo si dice che Abramo credette nel Dio «che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono» (Rm 4,17); e poi si precisa: «Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo e morto il seno di Sara» (Rm 4,19). Ecco, questa è l’esperienza che siamo chiamati a vivere anche noi. Il Dio che si rivela ad Abramo è il Dio che salva, il Dio che fa uscire dalla disperazione e dalla morte, il Dio che chiama alla vita. Nella vicenda di Abramo tutto diventa un inno al Dio che libera e rigenera, tutto diventa profezia. E lo diventa per noi, per noi che ora riconosciamo e celebriamo il compimento di tutto questo nel mistero della Pasqua. Dio infatti «ha risuscitato dai morti Gesù» (Rm 4,24), perché anche noi possiamo passare in Lui dalla morte alla vita. E davvero allora Abramo può ben dirsi «padre di molti popoli», in quanto risplende come annuncio di un’umanità nuova – noi! -, riscattata da Cristo dal peccato e dalla morte e introdotta una volta per sempre nell’abbraccio dell’amore di Dio.

A questo punto, Paolo ci aiuta a mettere a fuoco il legame strettissimo tra la fede e la speranza. Egli infatti afferma che Abramo «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza» (Rm 4,18). La nostra speranza non si regge su ragionamenti, previsioni e rassicurazioni umane; e si manifesta là dove non c’è più speranza, dove non c’è più niente in cui sperare, proprio come avvenne per Abramo, di fronte alla sua morte imminente e alla sterilità della moglie Sara. Si avvicinava la fine per loro, non potevano avere figli, e in quella situazione, Abramo credette e ha avuto speranza contro ogni speranza. E questo è grande! La grande speranza si radica nella fede, e proprio per questo è capace di andare oltre ogni speranza. Sì, perché non si fonda sulla nostra parola, ma sulla Parola di Dio. Anche in questo senso, allora, siamo chiamati a seguire l’esempio di Abramo, il quale, pur di fronte all’evidenza di una realtà che sembra votata alla morte, si fida di Dio, «pienamente convinto che quanto Egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento» (Rm 4,21).

Mi piacerebbe farvi una domanda: noi, tutti noi, siamo convinti di questo? Siamo convinti che Dio ci vuole bene e che tutto quello che ci ha promesso è disposto a portarlo a compimento? Ma padre quanto dobbiamo pagare per questo? C’è un solo prezzo: “aprire il cuore”. Aprite i vostri cuori e questa forza di Dio vi porterà avanti, farà cose miracolose e vi insegnerà cosa sia la speranza. Questo è l’unico prezzo: aprire il cuore alla fede e Lui farà il resto.

Questo è il paradosso e nel contempo l’elemento più forte, più alto della nostra speranza! Una speranza fondata su una promessa che dal punto di vista umano sembra incerta e imprevedibile, ma che non viene meno neppure di fronte alla morte, quando a promettere è il Dio della Risurrezione e della vita. Questo non lo promette uno qualunque!

Colui che promette è il Dio della Risurrezione e della vita.

Cari fratelli e sorelle, chiediamo oggi al Signore la grazia di rimanere fondati non tanto sulle nostre sicurezze, sulle nostre capacità, ma sulla speranza che scaturisce dalla promessa di Dio, come veri figli di Abramo. Quando Dio promette, porta a compimento quello che promette. Mai manca alla sua parola. E allora la nostra vita assumerà una luce nuova, nella consapevolezza che Colui che ha risuscitato il suo Figlio risusciterà anche noi e ci renderà davvero una cosa sola con Lui, insieme a tutti i nostri fratelli nella fede. Noi tutti crediamo. Oggi siamo tutti in piazza, lodiamo il Signore, canteremo il Padre Nostro, poi riceveremo la benedizione … Ma questo passa. Ma questa è anche una promessa di speranza. Se noi oggi abbiamo il cuore aperto, vi assicuro che tutti noi ci incontreremo nella piazza del Cielo che non passa mai per sempre. Questa è la promessa di Dio e questa è la nostra speranza, se noi apriamo i nostri cuori. Grazie.

APPELLO PER LA PACE IN IRAQ

Sono lieto di salutare la delegazione di sovraintendenze irachene composta da rappresentanti di diversi gruppi religiosi, accompagnata da Sua Eminenza il Cardinale Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. La ricchezza della cara nazione irachena sta proprio in questo mosaico che rappresenta l’unità nella diversità, la forza nell’unione, la prosperità nell’armonia. Cari fratelli, vi incoraggio ad andare avanti su questa strada e invito a pregare affinché l’Iraq trovi nella riconciliazione e nell’armonia tra le sue diverse componenti etniche e religiose, la pace, l’unità e la prosperità. Il mio pensiero va alle popolazioni civili intrappolate nei quartieri occidentali di Mosul e agli sfollati per causa della guerra, ai quali mi sento unito nella sofferenza, attraverso la preghiera e la vicinanza spirituale. Nell’esprimere profondo dolore per le vittime del sanguinoso conflitto, rinnovo a tutti l’appello ad impegnarsi con tutte le forze nella protezione dei civili, quale obbligo imperativo ed urgente.

” LA SPERANZA NON E’ OTTIMISMO, LA SPERANZA MAI DELUDE E HA UN NOME: GESU’ “

speranza

Fonte http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20170329_udienza-generale.html

Il Papa: “Gesù è la Luce del mondo! La Vergine Santa, che per prima accolse Gesù, ci ottenga la grazia di comportarci da figli della Luce”

Papa Francesco Angelus 26/03/ 2017.  Al centro del Vangelo di questa quarta domenica di Quaresima si trovano Gesù e un uomo cieco dalla nascita (cfr Gv 9,1-41). Cristo gli restituisce la vista e opera questo miracolo con una specie di rito simbolico: prima mescola la terra alla saliva e la spalma sugli occhi del cieco; poi gli ordina di andare a lavarsi nella piscina di Siloe. Quell’uomo va, si lava, e riacquista la vista. Era un cieco dalla nascita.

Con questo miracolo Gesù si manifesta e si manifesta a noi come Luce del mondo; e il cieco dalla nascita rappresenta ognuno di noi, che siamo stati creati per conoscere Dio, ma a causa del peccato siamo come ciechi, abbiamo bisogno di una luce nuova; tutti abbiamo bisogno di una luce nuova: quella della fede, che Gesù ci ha donato. Infatti quel cieco del Vangelo riacquistando la vista si apre al mistero di Cristo. Gesù gli domanda: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?» (v. 35). «E chi è, Signore, perché io creda in lui?», risponde il cieco guarito (v. 36). «Lo hai visto: è colui che parla con te» (v. 37). «Credo, Signore!» e si prostra dinanzi a Gesù.miracolo-cieco

Questo episodio ci induce a riflettere sulla nostra fede, la nostra fede in Cristo, il Figlio di Dio, e al tempo stesso si riferisce anche al Battesimo, che è il primo Sacramento della fede: il Sacramento che ci fa “venire alla luce”, mediante la rinascita dall’acqua e dallo Spirito Santo; così come avvenne al cieco nato, al quale si aprirono gli occhi dopo essersi lavato nell’acqua della piscina di Siloe. Il cieco nato e guarito ci rappresenta quando non ci accorgiamo che Gesù è la luce, è «la luce del mondo», quando guardiamo altrove, quando preferiamo affidarci a piccole luci, quando brancoliamo nel buio. Il fatto che quel cieco non abbia un nome ci aiuta a rispecchiarci con il nostro volto e il nostro nome nella sua storia. Anche noi siamo stati “illuminati” da Cristo nel Battesimo, e quindi siamo chiamati a comportarci come figli della luce. E comportarsi come figli della luce esige un cambiamento radicale di mentalità, una capacità di giudicare uomini e cose secondo un’altra scala di valori, che viene da Dio.

Il sacramento del Battesimo, infatti, esige la scelta di vivere come figli della luce e camminare nella luce. Se adesso vi chiedessi: “Credete che Gesù è il Figlio di Dio? Credete che può cambiarvi il cuore? Credete che può far vedere la realtà come la vede Lui, non come la vediamo noi? Credete che Lui è luce, ci dà la vera luce?” Cosa rispondereste? Ognuno risponda nel suo cuore.

Che cosa significa avere la vera luce, camminare nella luce? Significa innanzitutto abbandonare le luci false: la luce fredda e fatua del pregiudizio contro gli altri, perché il pregiudizio distorce la realtà e ci carica di avversione contro coloro che giudichiamo senza misericordia e condanniamo senza appello. Questo è pane tutti i giorni! Quando si chiacchiera degli altri, non si cammina nella luce, si cammina nelle ombre.  Un’altra luce falsa, perché seducente e ambigua, è quella dell’interesse personale: se valutiamo uomini e cose in base al criterio del nostro utile, del nostro piacere, del nostro prestigio, non facciamo la verità nelle relazioni e nelle situazioni. Se andiamo su questa strada del cercare solo l’interesse personale, camminiamo nelle ombre.stellamatutina-icona-russa-madre-di-dioLa Vergine Santa, che per prima accolse Gesù, Luce del mondo, ci ottenga la grazia di accogliere nuovamente in questa Quaresima la luce della fede, riscoprendo il dono inestimabile del Battesimo, che tutti noi abbiamo ricevuto. E questa nuova illuminazione ci trasformi negli atteggiamenti e nelle azioni, per essere anche noi, a partire dalla nostra povertà, dalle nostre pochezze, portatori di un raggio della luce di Cristo.

Preghiere di Sant’Agostino, Vescovo d’Ippona 

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Dio della vita,
ci sono giorni in cui il carico è troppo pesante per le nostre spalle, e ci sentiamo stanchi;
in cui la strada sembra monotona e infinita,
e il cielo grigio e minaccioso;
in cui la nostra vita è senza musica,
il nostro cuore è solo e la nostra anima ha perso il suo coraggio.
Riempi la strada con la Tua luce, ti preghiamo;
dirigi il nostro sguardo dove il cielo è pieno di promesse.

Tardi ti amai

Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Tu eri dentro di me ed io ero fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con Te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in Te. Mi chiamasti, e il Tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il Tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la Tua fragranza, e respirai e anelo verso di Te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della Tua pace (Confessioni).

 Quanto ci amasti, Padre buono

Quanto ci amasti, Padre buono, che non risparmiasti il tuo unico Figlio, consegnandolo agli empi per noi! Quanto amasti noi, per i quali Egli, non giudicando una usurpazione la Sua uguaglianza con Te, si fece suddito fino a morire in croce, ci rese, da servi, tuoi figli nascendo da Te e servendo a noi! A ragione è salda la mia speranza in Lui che guarirai tutte le mie debolezze. Senza di Lui dispererei. Le mie debolezze sono molte e grandi, ma più abbondante è la Tua medicina. (Confessioni ).

 DAI “DISCORSIDI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 136/B, 2-3)

Accorriamo a Cristo per ricevere la luce

Cristo è venuto come Salvatore. In un certo passo afferma pure: Il Figlio dell’uomo non è venuto infatti per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui (Gv 3, 17). Di conseguenza, se è venuto per questo, per salvare, trova pieno consenso l’affermazione che sia venuto perché quelli che non vedono vedano. Quello invece che resiste al buon senso è il perché quelli che vedono diventino ciechi. Se giungiamo a comprendere, non è impenetrabile, è semplice. Ma perché intendiate come sia stato detto in tutta verità, tornate a guardare proprio quei due che pregavano nel tempio. Il Fariseo vedeva, il Pubblicano era cieco. Che significa: “vedeva”? Si riteneva uno con gli occhi aperti, si vantava della sua vista, cioè della giustizia. Quello, invece, era cieco perché confessava i suoi peccati. Quello vantò i suoi meriti, costui confessò i suoi peccati.

Perciò si affrettino i ciechi a ricorrere a Cristo per ricevere la luce. Cristo è infatti la luce del mondo, anche in mezzo agli uomini peggiori. Si sono compiuti miracoli divini e non c’è stato alcuno che ha fatto miracoli dall’inizio del genere umano se non Colui al quale si rivolge la Scrittura: Tu sei il solo che compi meraviglie (Sal 71, 18). Per quale ragione fu detto: Tu sei il solo che compi meraviglie, se non perché quando Egli vuole operare non ha bisogno dell’uomo? L’uomo, invece, quando opera, ha bisogno di Dio. Egli solo ha compiuto meraviglie. Perché? Perché il Figlio di Dio è nella Trinità con il Padre e lo Spirito Santo, assolutamente un solo Dio, il solo che compie meraviglie. Ma i discepoli di Cristo compiono anch’essi cose mirabili, nessuno da solo, però. Quali cose mirabili compirono anch’essi? Così com’è scritto negli Atti degli Apostoli: gli infermi bramavano toccare i lembi delle loro vesti e, al contatto, venivano risanati; gli infermi che erano a giacere desideravano di essere coperti dall’ombra di quelli quando s’incontravano a passare. Quali cose mirabili operarono, ma, da soli, nessuno di loro! Ascolta il loro Signore: Senza di me, nulla potete fare (Gv 15, 5). Pertanto, carissimi, amiamo il patriarca come patriarca, il profeta come profeta, l’apostolo come apostolo, il martire come martire; tuttavia, al di sopra di tutte le cose riserviamo a Dio la nostra predilezione e, senza esitazione alcuna, attendiamoci di essere salvati proprio da lui solo. Ci possono aiutare le preghiere dei santi che godono dei meriti per dono di Dio, tuttavia non dovuto ad alcun precedente effetto dei loro meriti, poiché i meriti di qualsiasi santo sono doni di Dio. È Dio che opera in luce manifesta, che opera in segreto, che opera nelle cose visibili, che opera nei cuori. Egli nel Suo tempio compie le Sue meraviglie quando opera negli uomini giusti. Tutti i santi, infatti, sono fusi in uno dal fuoco dell’amore e formano per Dio un unico tempio, e i singoli sono un tempio e tutti insieme un tempio solo.

Fonti

http://www.augustinus.it/varie/quaresima/settimana_4.htm

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/angelus/2017/documents/papa-francesco_angelus_20170326.html

Il Papa chiede preghiere per il 4° anno della sua elezione: “Per favore, continuate a pregare per me”

“Per favore, continuate a pregare per me”. Papa Francesco affida ad Instagram questo invito rivolto ai fedeli nel giorno in cui ricorre il quarto anniversario della sua elezione, 13 marzo 2017. Nella foto postata sull’account “Franciscus” lo si vede sulla Loggia centrale della Basilica di San Pietro, inchinato, mentre i fedeli pregano per lui. E su Twitter scrive: “Lo Spirito Santo ci guidi a compiere un vero cammino di conversione, per riscoprire il dono della Parola di Dio”.

Preghiera per il Papa

Signore Gesù,

pastore eterno di tutti i fedeli,

tu che hai costruito la tua Chiesa

sulla roccia di Pietro,

assisti continuamente il Papa Francesco

perchè sia, secondo il tuo progetto,

il segno vivente e visibile,

e il promotore instancabile

dell’unità della tua Chiesa

nella verità e nell’amore.

Annunci al mondo con apostolico coraggio

tutto il tuo vangelo.

Ascolti le voci e le aspirazioni

che salgono dai fedeli e dal mondo,

non si stanchi mai di promuovere la pace.

Governi e diriga il popolo di Dio

avendo sempre dinanzi agli occhi

il tuo esempio, o Cristo buon Pastore,

che sei venuto non per essere servito,

ma per servire e dare a vita per le pecore.

A noi concedi, o Signore,

una forte volontà di comunione con lui

e la docilità ai suoi insegnamenti.

 

 Benedici, o Signore, il nostro Santo Padre, Papa Francesco;

assistilo nel suo ufficio di pastore universale;

sii la sua luce, la sua forza e la sua consolazione:

E a noi concedi di ascoltare, con docilità di cuore,

la sua voce come ascoltiamo la tua.

O Signore, Dio nostro, proteggi sempre la tua Chiesa,

sostienila in tutte le difficoltà che incontra nel suo cammino

terreno e fa’ che sia nel mondo un segno vivo della tua presenza.

Concedi a tutto il popolo cristiano il dono dell’unità e della pace,

perchè possa presto formare una sola famiglia,

stretta dalla stessa fede e dallo stesso amore.

Dona alla tua Chiesa santi vescovi e santi sacerdoti:

distacca il loro cuore dalle cose terrene e riempilo di zelo per il tuo regno.Risultati immagini per festa di san giuseppe

PREGHIERA A SAN GIUSEPPE PER IL PAPA E PER LA SANTA CHIESA

 A Te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione, ricorriamo, 

e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio dopo quello della tua santissima Sposa.
Per quel sacro vincolo di carità, che Ti strinse all’Immacolata Vergine Maria, Madre di Dio, 

e per l’amore paterno che portasti al fanciullo Gesù, riguarda, Te ne preghiamo, 

con occhio benigno la cara eredità, che Gesù Cristo acquistò col suo Sangue,

 e col tuo potere ed aiuto sovvieni ai nostri bisogni.
Proteggi, o provvido custode della divina Famiglia, l’eletta prole di Gesù Cristo: 

allontana da noi, o Padre amatissimo, gli errori e i vizi, che ammorbano il mondo; 

assistici propizio dal cielo in questa lotta col potere delle tenebre, o nostro fortissimo protettore; 

e come un tempo salvasti dalla morte la minacciata vita del pargoletto Gesù, 

così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità; 

estendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio, affinché a tuo esempio 

e mediante il tuo soccorso, possiamo virtuosamente vivere, 

piamente morire e conseguire l’eterna beatitudine in cielo. 

Cosi sia

http://it.radiovaticana.va/news/2017/03/13/il_papa_chiede_preghiere_nel_4%C2%B0_anniversario_dellelezione/1298341

Il Papa: ” La croce è la porta della risurrezione. Chi lotta insieme a Cristo, con Lui trionferà”

Il dolore e la croce sono al centro della riflessione di Papa Francesco  sul Vangelo di questa seconda domenica di Quaresima, (12.03.2017), che ci aiuta a comprendere la Pasqua, momento del sacrificio e della salvezza allo stesso tempo. All’ Angelus, davanti alle 40mila persone presenti in piazza san Pietro, il Santo Padre Francesco ha commentato il Vangelo con queste parole.

Nella trasfigurazione Gesù illumina la sua persona e la sua vicenda
Il Papa lo spiega soffermandosi sul volto e le vesti di Gesù che, come narra oggi l’Evangelista Matteo (cfr Mt 17,1-9), al momento della Trasfigurazione davanti a tre apostoli, brillano “come il sole” e diventano candide “come la luce”, segno di quella “gloria divina” che con la fede si coglieva già nella “predicazione” e nei “gesti miracolosi”. E alla trasfigurazione si accompagna, sul monte, l’apparizione di Mosè e di Elia, «che conversavano con Lui» (v. 3):

“La ‘luminosità’ che caratterizza questo evento straordinario ne simboleggia lo scopo: illuminare le menti e i cuori dei discepoli affinché possano comprendere chiaramente chi sia il loro Maestro, il Figlio di Dio. È uno sprazzo di luce che si apre improvviso sul mistero di Gesù e illumina tutta la sua persona e tutta la sua vicenda”.

Gesù: un Messia diverso dalle attese, non un re ma un servo
Gesù si sta avviando verso Gerusalemme, osserva il Papa, e vuole preparare i suoi alla morte per crocifissione, uno “scandalo troppo forte per la loro fede” e, al tempo stesso, vuole “preannunciare la sua risurrezione, manifestandosi come il Messia, il Figlio di Dio”.  Ma un Messia “diverso rispetto alle attese” e la Croce ne è un segno:

“Non un re potente e glorioso, ma un servo umile e disarmato; non un signore di grande ricchezza, segno di benedizione, ma un uomo povero che non ha dove posare il capo; non un patriarca con numerosa discendenza, ma un celibe senza casa e senza nido. È davvero una rivelazione di Dio capovolta, e il segno più sconcertante di questo scandaloso capovolgimento è la croce. Ma proprio attraverso la croce Gesù giungerà alla gloriosa risurrezione, che sarà definitiva, non come questa trasfigurazione che è durata un momento, un istante”.

Lo scandalo della croce è la porta della resurrezione
Ma è proprio attraverso la croce che Gesù giungerà alla risurrezione: quindi Gesù “trasfigurato sul monte Tabor”, spiega il Papa, “ha voluto mostrare ai suoi discepoli la sua gloria non per evitare a loro di passare attraverso la croce, ma per indicare dove porta la croce”:

“Chi muore con Cristo, con Cristo risorgerà. E la croce è la porta della risurrezione. Chi lotta insieme a Lui, con Lui trionferà. Questo è il messaggio di speranza che la croce di Gesù contiene, esortando alla fortezza nella nostra esistenza. La Croce cristiana non è una suppellettile della casa o un ornamento da indossare, ma la croce cristiana è un richiamo all’amore con cui Gesù si è sacrificato per salvare l’umanità dal male e dal peccato”. 

La croce segni le tappe della Quaresima
“In questo tempo di Quaresima, contempliamo con devozione l’immagine del crocifisso: esso è il simbolo della fede cristiana, è l’emblema di Gesù, morto e risorto per noi. Facciamo in modo che la Croce segni le tappe del nostro itinerario quaresimale per comprendere sempre di più la gravità del peccato e il valore del sacrificio col quale il Redentore ci ha salvati”; ma anche seguire l’esempio di Maria che ha “contemplato la gloria di Gesù nascosta nella sua umanità”:  

” La Vergine Santa ha saputo contemplare la gloria di Gesù nascosta nella sua umanità. Ci aiuti lei a stare con Lui nella preghiera silenziosa, a lasciarci illuminare dalla sua presenza, per portare nel cuore, attraverso le notti più buie, un riflesso della sua gloria”.

Le violenze e i maltrattamenti dei quali sono vittime i ragazzi sono “una piaga, un urlo nascosto che deve essere ascoltato da tutti noi e che non possiamo continuare a far finta di non vedere e di non ascoltare”. E’ l’appello che papa Francesco ha lanciato oggi dopo la recita dell’Angelus, quando ha detto “prego e vi chiedo di pregare con me per tutte le ragazze e i ragazzi vittime di violenze, di maltrattamenti, di sfruttamento e delle guerre”.  

Un’altra preghiera il Papa l’ha dedicata al popolo del Guatemala, “che vive in lutto per il grave e triste incendio scoppiato all’interno della Casa Refugio Virgen de la Asunción causando vittime e ferite tra le ragazze che vi abitavano”. Espressa la propria “vicinanza” al Paese centramericano, Francesco ha invocato Dio perché “accolga le loro anime, guarisca i feriti, consoli le famiglie addolorate e tutta la nazione”.Papa Francesco all'Angelus

http://it.radiovaticana.va/news/2017/03/12/papa_violenza_contro_i_giovani_urlo_nascosto_da_ascoltare/1298165

Adozioni gay. Cardinale Bagnasco (Cei): “I figli non sono necessariamente un diritto. Il bene dei bambini richiede il papà e la mamma”

Qualunque desiderio, pur legittimo, che ognuno può avere, non deve mai diventare necessariamente un diritto”. Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, interviene sulla sentenza della Corte d’Appello di Trento che ha riconosciuto una coppia di uomini come padri di due gemelli nati in Canada con la maturità surrogata.

“Il bene dei bambini, secondo il buon senso universale – aggiunge –, richiede il papà e la mamma, quindi una famiglia nella quale il papà e la mamma si integrano con armonia ed efficacia per il bene e per l’amore dei propri bambini”. 

Dopo che  i giudici di Trento hanno legittimato l’utero in affitto riconoscendo con sentenza l’assurda doppia paternità a due gemelli, oggi il Tribunale dei minori di Firenze ha riconosciuto l’adozione di due bambini da parte di una coppia di gay. 

I due fratellini erano stati adottati in Inghilterra da due cittadini italiani. I giudici di Firenze hanno riconosciuto loro lo status di “figli di due padri” e la cittadinanza italiana. Chi fosse interessato può vedere sulle agenzie di stampa e sui giornali (per esempio La Stampa) le capriole giuridiche che hanno fatto i giudici di Firenze per addivenire a tale conclusione. Sappiamo bene come lavorano gliAzzeccagarbugli «perchè, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente» (Manzoni,I Promessi Sposi, cap. 3).

Anche l’Osservatore Romano titola nell’edizione di oggi: “A Trento una sentenza discutibile”. E nell’articolo riporta le parole della storica Lucetta Scaraffia al Corriere: “I figli nascono da un uomo e da una donna. Questi due gemelli della sentenza, invece, adesso risultano figli di due donne, per via della maternità”, e i bambini nati in questo modo “pagano un prezzo altissimo:non conosceranno mai la loro madre”.

Lo stesso Papa Francesco, rivolgendosi alla Rota Romana, avvertiva l’anno scorso chenon può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione”. In San Pietro, aprendo il convegno ecclesiale della sua diocesi, aveva spiegato che è proprio la “reciprocità e complementarietà nella differenza”  tra uomo e donna, padre e madre, a “far crescere” e “maturare” i figli. Più volte il Papa ha parlato delle “colonizzazioni ideologiche del gender” che sono una grave minaccia per la famiglia perchè negano “la prima e più fondamentale differenza, costitutiva dell’essere umano” e così “avvelenano l’anima” e “distruggono una società, un Paese, una famiglia”.

Nel pieno del dibattito parlamentare sulla Cirinnà, il cardinale Gualtiero Bassetti aveva spiegato al Corriere che le unioni civili andavano “riconosciute in quanto tali, omosessuali compresi”, ma senza equiparazioni col matrimonio e figli, “per le adozioni ci vogliono un uomo e una donna”. Lo stesso cardinale Bagnasco aveva detto l’anno scorso che “i figli non sono mai un diritto, poiché non sono cose da produrre e i bambini hanno diritto di crescere con un papà e una mamma perché la famiglia è un fatto antropologico, non ideologico”.

Ma ormai da tempo qui da noi i giudici fanno quello che vogliono. Impuniti – sostanzialmente – quando sbagliano,intoccabili nei loro privilegi di casta, hanno dimenticato di essere “soggetti alla legge”, in base all’art. 101, secondo comma, Cost.

Quelli di loro che incarnano la cultura della morte radical chic a colpi di sentenza fanno e disfano le leggi del Parlamento: alla faccia della sovranità popolare e della democrazia di cui hanno sempre la bocca piena. E la maggioranza del Parlamento in carica, oggi, si adegua.

Senza contare che con  l’adozione da parte di single o di coppie formate da persone dello stesso sesso si«mina un diritto fondamentale dei bambini, ossia quello di avere un padre e una madre. Sono tantissime le coppie eterosessuali che in Italia aspettano di poter adottare bambini, ma sono ostacolate da burocrazia e lungaggini. Il diritto di un bambino è quello di avere un padre e una madre, con il provvedimento del Tribunale di Firenze si privilegia invece l’egoismo da parte degli adulti», come dice il comunicato stampa che ci ha inviato l’on. Fontana, europarlamentare della Lega.

Ma dei diritti dei bambini, ovviamente, i giudici non si curano. Loro si sentono onnipotenti. Non credono (non sanno?) che c’è un Giudice dei giudici (nella foto) cui prima o poi dovranno rendere conto.

Fonti

https://www.notizieprovita.it/economia-e-vita/giudici-e-adozione-gay-la-dittatura-della-magistratura/

http://www.aibi.it/ita/adozioni-gay-cardinale-bagnasco-cei-i-figli-non-sono-necessariamente-un-diritto-il-bene-dei-bambini-richiede-il-papa-e-la-mamma/

Quaresima, tempo di Grazia e di Amore, “per non accontentarsi di una vita mediocre e per tornare a Dio con tutto il cuore”

Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2017, “La Parola è un dono, l’Altro è un dono: “la Quaresima è un nuovo inizio, una strada che conduce verso una meta sicura: la Pasqua di Risurrezione, la vittoria di Cristo sulla morte. E sempre questo tempo ci rivolge un forte invito alla conversione: il cristiano è chiamato a tornare a Dio «con tutto il cuore» (Gl 2,12), per non accontentarsi di una vita mediocre, ma crescere nell’amicizia con il Signore. Gesù è l’amico fedele che non ci abbandona mai, perché, anche quando pecchiamo, attende con pazienza il nostro ritorno a Lui e, con questa attesa, manifesta la sua volontà di perdono.  La Quaresima è il momento favorevole per intensificare la vita dello spirito attraverso i santi mezzi che la Chiesa ci offre: il digiuno, la preghiera e l’elemosina. Alla base di tutto c’è la Parola di Dio, che in questo tempo siamo invitati ad ascoltare e meditare con maggiore assiduità”.

IL SIGNIFICATO BIBLICO DELLA QUARESIMA È QUELLO DI CONVERSIONE, IMPEGNO PER MIGLIORARE LA PROPRIA VITA ALLA LUCE DEL VANGELO. Ad alimentare un’ immagine della QUARESIMA unicamente come “periodo di tristezza e castigo” ha certamente contribuito una visione alquanto pessimistica del nostro corpo e della vita terrena. Visione che in passato ha fortemente caratterizzato una certa spiritualità (soprattutto gnostica), secondo cui il nostro corpo, la nostra vita sarebbero ‘opera del demonio’: in verità,  Dio Padre Creatore  ce li ha donati non come ostacoli sul nostro cammino, ma come strumenti per il compimento della nostra speranza.
TUTTA LA REALTÀ UMANA, anche quella che talvolta ci fa soffrire, ci è stata DONATA COME STRUMENTO, COME MONETA DA SPENDERE BENE, per giungere all’eternità beata, il traguardo per il quale noi siamo stati creati.

La QUARESIMA, infatti, si è strutturata NELLA VITA DELLA COMUNITÀ CRISTIANA FIN DAL IV SECOLO  IN PRIMO LUOGO COME GIOIOSA PREPARAZIONE DEI CATECUMENI CHE, DOPO UN PERIODO DI CATECHESI E DI “ALLENAMENTO ” ALLA VITA CRISTIANA, erano stati scelti per ricevere il BATTESIMO, LA CONFERMAZIONE E LA COMUNIONE nella prossima veglia PASQUALE. La QUARESIMA coinvolgeva anche coloro che erano già battezzati, i quali sostenevano i candidati al BATTESIMO, con la preghiera e il digiuno e coglievano L’OCCASIONE PER RINNOVARE LA PROPRIA FEDELTÀ A CRISTO E AL SUO VANGELO. Il comune impegno alla CONVERSIONE non era vissuto nella cupa tristezza, ma affrontato con la CONSAPEVOLEZZA DI CHI SA CHE SENZA FATICA, SENZA RINUNCIA, NON È POSSIBILE RAGGIUNGERE ALCUN TRAGUARDO ALTO E AMBITO.


LE CENERI: SEGNO DI VITA O DI MORTE ?Risultati immagini per IMPOSIZIONE CENERI MERCOLEDI' SANTO
MERCOLEDI’ DELLE CENERI: tradizionalmente ricavate dai rami d’ulivo benedetti in occasione della Domenica delle Palme dell’anno precedenti, le ceneri, e il rito della loro imposizione, hanno origini antichissime. 
Il significato biblico

Da Abramo a Giuditta, le ceneri, assumono un duplice significato nella storia dell’Antico Testamento. Sono segno della debole e fragile condizione dell’uomo. Abramo rivolgendosi a Dio dice: “Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere” (Gen 18,27). Noto, a tal proposito, il testo della conversione degli abitanti di Ninive dopo la predicazione di Giona: “I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere” (Gio 3,5-9). Anche Giuditta invita tutto il popolo a fare penitenza affinché Dio intervenga a liberarlo: “Ogni uomo o donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore” (Gdt 4,11). Inoltre, Giuditta, prima di intraprendere l’ardua impresa di liberare Betulia, “cadde con la faccia a terra e sparse cenere sul capo e mise allo scoperto il sacco di cui sotto era rivestita e, nell’ora in cui veniva offerto nel tempio di Dio in Gerusalemme l’incenso della sera, supplicò a gran voce il Signore” (Gdt 9, 1). Nel Nuovo Testamento, poi, Gesù stesso, parlando delle città di Corazin e Betsaida, afferma che avrebbero meritato la stessa fine di Tiro e Sidone se non avessero fatto penitenza con cenere e cilicio (Mt 11, 21).Risultati immagini per IMPOSIZIONE CENERI MERCOLEDI' SANTO

Il rito delle “CENERI”, che dà inizio alla QUARESIMA, NON INTENDE ESSERE UN MESSAGGIO “TERRORISTICO “, MA SEMPLICEMENTE RICORDARE LA NOSTRA IDENTITÀ. Cioè quell’ADAMO (fatto di terra), fragile e peccatore che è in ciascuno di noi. QUESTO RITO È SORTO NEL VII SECOLO SOLO PER I BATTEZZATI CHE AVEVANO COMMESSO PECCATI GRAVISSIMI E NOTORI, scandalizzando la COMUNITÀ, e che,pentiti, intendevano fare pubblica penitenza per essere riconciliati il GIOVEDÌ SANTO e potersi accostare alla MENSA EUCARISTICA in quella stessa veglia pasquale nella quale erano nati alla vita nuova in CRISTO.
Dall’ XI secolo, scomparsa quasi del tutto la penitenza pubblica, spontaneamente molti fedeli, sebbene non avessero peccato gravemente, desideravano sottoporsi a questo rito per manifestare la loro permanente conversione. Questa prassi è rimasta fino ai nostri giorni. L’ antica formula che accompagna l’imposizione delle CENERI ricorda le severe parole del SIGNORE ad ADAMO: “POLVERE TU SEI ED IN POLVERE RITORNERAI” (Genesi 3,19). Una dura verità che non dobbiamo dimenticare.
Tuttavia, non siamo stati creati per morire, ma per vivere.  Il MESSALE oggi propone anche una formula  che riprende le parole con le quali GESÙ inizia la sua predicazione: “CONVERTITEVI E CREDETE NEL VANGELO “(Marco 1,15). Se è vero che siamo polvere, non dobbiamo dimenticare che in questa polvere DIO ha “SOFFIATO ” la Sua vita e ne ha fatto un essere a SUA IMMAGINE E SOMIGLIANZA “.

La QUARESIMA è IL TEMPO FAVOREVOLE PER PERMETTERE ALLO SPIRITO SANTO DI PORTARE A COMPIMENTO IN NOI L’OPERA INIZIATA CON IL BATTESIMO, PER PLASMARCI AD IMMAGINE DI CRISTO, nuovo ADAMO. “Come argilla nelle mani del vasaio che la modella a suo piacimento, così gli uomini nelle mani di Colui che li ha creati”(SIRACIDE 33,13).


PERCHÉ QUARANTA GIORNI?
GIÀ nel IV secolo la grande festa di PASQUA è preceduta da una preparazione di 40 giorni, sia per i catecumeni che sono stati scelti per ricevere il BATTESIMO che per tutti i fedeli che intendono ribadire la loro adesione a CRISTO. SUL NUMERO 40 HA INFLUITO IL SIMBOLISMO BIBLICO: 40 sono i giorni del diluvio; 40 sono gli anni dell’ ESODO; 40 sono i giorni trascorsi da MOSÈ sul monte SINAI ;40 giorni durò la lotta di DAVIDE contro GOLIA; 40 sono i giorni del cammino di ELIA prima di incontrare il SIGNORE sul monte HOREB; per 40 giorni GIONA annuncia la parola di DIO a NINIVE; 40 sono i giorni del digiuno di GESÙ nel deserto prima di iniziare la sua missione; infine sono pure 40 i giorni durante i quali il SIGNORE RISORTO appare ai Suoi e li prepara alla loro missione…il numero 40 è chiaramente un simbolo PER INDICARE UN PERIODO DI LOTTA SPIRITUALE,  DI PURIFICAZIONE IN VISTA DI GRANDI EVENTI, DI IMPORTANTI SCELTE, di un nuovo capitolo nella storia della propria vita.

LA CHIESA OGNI ANNO SI UNISCE AL MISTERO DI GESÙ NEL DESERTO CON I 40 GIORNI DELLA QUARESIMA. (CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA N.450).


C’È DIGIUNO E DIGIUNO: il vero digiuno è UN ATTO D’AMORE.

Non si può comprendere il digiuno cristiano al di fuori della visione di fede. Non è mortificazione, non è esercizio di volontà, non è autodisciplina. O, meglio, non è solo queste cose. Lo scopo del digiuno cristiano è di distogliere il nostro sguardo dalle cose di questo mondo per affermare il primato di Dio. Nel digiuno si riafferma un rapporto diretto con il Signore. Un rapporto di relazione con l’Altro che ci precede e ci sovrasta. L’astensione dalle carni durante la Quaresima vuol dire attestare anche nell’aspetto più banale e quotidiano della  vita (l’alimentazione) che vi è Una Persona per la quale siamo pronti a rinunciare al cibo: Lui è fondamentale per la nostra esistenza, ancor più dell’alimento materiale lo è quindi quello spirituale del Suo amore. In questo senso digiunare ed astenersi da carne, uova e derivati degli animali, e da cibi prelibati, ricercati e costosi, significa attestare immediatamente, l’esistenza di un rapporto di amore con Cristo. Questi alimenti, infatti, non vengono proibiti per la loro presunta “purezza” o “impurità”, come accadeva nell’ebraismo, bensì semplicemente in quanto la rinuncia costituisce un metodo  nell’incremento dell’amore per Cristo. Dunque – lo ribadiamo – il digiuno non è un mero formalismo, ma un autentico atto d’amore. 

SOLO CHI SPERIMENTA LA MANCANZA È CAPACE DI ALZARE IL PROPRIO SGUARDO oltre gli angusti confini del proprio io. 

“NON È PIUTTOSTO IL DIGIUNO CHE VOGLIO: SCIOGLIERE LE CATENE INIQUE, TOGLIERE I LEGAMI DEL GIOGO, RIMANDARE LIBERI GLI OPPRESSI E SPEZZARE OGNI GIOGO?  NON CONSISTE FORSE NEL DIVIDERE IL PANE CON L’AFFAMATO, NELL’ INTRODURRE IN CASA I MISERI, SENZA TETTO, NEL VESTIRE UNO CHE VEDI NUDO, SENZA TRASCURARE I TUOI PARENTI?”(Isaia 58,6-7).


IL DIGIUNO. Il digiuno appartiene effettivamente alla Tradizione della CHIESA, ma la pratica attuale è stata fissata da PAOLO VI con la Costituzione Apostolica PAENITEMINI SULLA DISCIPLINA PENITENZIALE (17 FEBBRAIO 1966), secondo i seguenti criteri:
1) LA LEGGE DEL DIGIUNO OBBLIGA A FARE UN UNICO PASTO DURANTE LA GIORNATA, MA NON PROIBISCE DI PRENDERE UN PO’ DI CIBO AL MATTINO E ALLA SERA, ATTENENDOSI, PER LE QUANTITÀ E LE QUALITÀ, ALLE CONSUETUDINI LOCALI APPROVATE .
2) LA LEGGE DELL’ ASTINENZA PROIBISCE L’USO DELLE CARNI, COME PURE DEI CIBI E DELLE BEVANDE CHE, AD UN PRUDENTE GIUDIZIO, SONO DA CONSIDERARSI COME PARTICOLARMENTE RICERCATI E COSTOSI.
3) IL DIGIUNO E L’ASTINENZA, NEL SENSO SOPRA PRECISATO, DEVONO ESSERE OSSERVATI IL MERCOLEDÌ DELLE CENERI (o il primo Venerdì di QUARESIMA per il rito AMBROSIANO) e il Venerdì della PASSIONE E MORTE DEL SIGNORE NOSTRO GESÙ CRISTO; SONO CONSIGLIATI IL SABATO SANTO SINO ALLA VEGLIA PASQUALE.
4) L’ASTINENZA DEVE ESSERE OSSERVATA IN TUTTI I VENERDÌ DI QUARESIMA, A MENO CHE COINCIDANO CON UN GIORNO ANNOVERATO TRA LE SOLENNITÀ (come il 19 o il 25 Marzo). In tutti gli altri Venerdì dell’anno, a meno che coincidano con un giorno annoverato tra le solennità, si deve osservare l’astinenza nel senso detto oppure si deve compiere qualche altra opera di Penitenza, di Preghiera, di Carità.
5) ALLA LEGGE DEL DIGIUNO SONO TENUTI TUTTI I MAGGIORENNI FINO AL SESSANTESIMO ANNO INIZIATO; ALLA LEGGE DELL’ ASTINENZA COLORO CHE HANNO COMPIUTO IL 14 ESIMO ANNO DI ETÀ.

6) DALL’ OSSERVANZA DELL’ OBBLIGO DELLA LEGGE DEL DIGIUNO E DELL’ ASTINENZA PUÒ SCUSARE UNA RAGIONE GIUSTA, COME AD ESEMPIO LA SALUTE. SONO REGOLE CHE A MIO MODESTO PARERE RENDONO LA PRATICA DEL DIGIUNO LARGAMENTE ACCESSIBILE A TUTTI I FEDELI.


(Riflessioni sulla Quaresima del catechista Marco Lucchesi)

‘Suicidio assistito’ Dj Fabo: è una grande sconfitta per tutti; la legge eutanasia è aberrante ‘cultura dello scarto’

Monsignor  Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita:  ” L’accostamento tra questo fatto e il dibattito legislativo svela delle strumentalizzazioni ed è vergognoso che questo accada”.  «Fabo è morto alle 11.40». L’annuncio viene dato il 27 febbraio 2017 su Twitterdal radicale Marco Cappato. Dj Fabo, al secolo Fabiano Antoniani, è morto in una clinica svizzera specializzata nell’eutanasia. L’annuncio di Cappato, dirigente dell’associazione Luca Coscioni che lo ha accompagnato, giunge a un giorno dal ricovero.

“SCONFITTA AMARA, LEGGE EUTANASIA E’ ABERRAZIONE”. Suscita dolorosi interrogativi la morte di Fabiano Antoniani, noto come dj Fabo. Era cieco e tetraplegico da tre anni a seguito di un incidente stradale nel 2014. Ha scelto di porre fine alla sua vita in Svizzera attraverso il suicidio assistito all’età di 40 anni. Nelle sue ultime volontà, Fabo ha parlato di esistenza senza speranza e di sofferenza. Su questa vicenda, che ha innescato in Italia un dibattito sulla mancanza di una legge idonea, è intervenuto mons. Vincenzo Paglia:

«Tutto questo mi rattrista molto. Deve rattristarci tutti, e anche interrogarci…Ogni volta che si pone termine a una vita, o ci si propone di farlo, è sempre una sconfitta», ha dichiarato monsignor Paglia in un’intervista al Corriere della Sera (27 febbraio), «una sconfitta amara: sia per chi dice ‘non ce la faccio più’ sia per una società che si rassegna all’impotenza».

Per Mons Paglia «la legge non può per sua natura» regolamentare «situazioni così drammatiche» e «il rischio è di creare ‘la cultura dello scarto’ di cui parla il Papa...Quanti suicidi abbiamo nella nostra società, persino di ragazzi! E purtroppo, di fronte a questi esiti, non sappiamo trovare quelle ragioni che devono rendere capaci di cambiare la società, la sua cultura e il suo atteggiamento tra di noi. La solitudine porta al fatto che ciascuno sia lasciato solo con se stesso, non ci si sente corresponsabili, non ci si sente importanti gli uni per gli altri, non c’è un legame che scardina quell’indifferenza o quell’abbandono che porta – appunto – a  ritenere insopportabili determinate situazioni, che possono essere sia di dolore fisico che psicologico. In questo senso c’è bisogno di una rivoluzione culturale, di una rivoluzione del noi. L’”io” è un virus che ci sta distruggendo nella convivenza quotidiana e anche nei momenti difficili come quello della morte. Ed è oggi allora che avviene l’estensione dell’eutanasia anche a persone non malate, sane, ma che ritengono che sia chiuso il ciclo della loro possibile esistenza. Questa è un’aberrazione».

L’APPELLO (INASCOLTATO) DI MATTEO A DJ FABO

Avvenire (26 febbraio) aveva raccolto l’appello di Matteo Nassigh, ragazzo di 19 anni che non parla, non cammina, non fa nulla da solo a causa di un’asfissia alla nascita. Ma a dj Fabo che chiede l’eutanasia dice (sfiorando una tastiera): «Noi possiamo pensare e il pensiero cambia il mondo». «Voglio rispondergli perché io conosco bene la fatica di vivere in un corpo che non ti obbedisce in niente. Voglio dirgli che noi persone cosiddette disabili siamo portatori di messaggi molto importanti per gli altri, noi portiamo una luce. Anch’io a volte ho creduto di voler morire, perché spesso gli altri non ci trattano da persone pensanti ma da esseri inutili».

“NON SONO UN VEGETALE”

«Dopo vari tentativi, quando avevo 6 anni siamo arrivati alla lettoscrittura – riprende Matteo – e io ho imparato in fretta a leggere e scrivere perché avevo molto da dire ed ero stufo di non potermi esprimere ». Bisogna provare a restare chiusi nel proprio corpo per anni e dover sentire che gli altri ti credono un vegetale: «Appena ho potuto comunicare, la prima cosa che ho detto a mia mamma è stato di piantarla di vestirmi in quel modo. Ero sempre in grigio e io volevo il giallo, l’arancione».

“NOI SIAMO LIBERTA’”

Il problema di dj Fabo e dei tanti che la pensano come lui, asserisce, è che «vedono la disabilità come un’assenza di qualcosa, invece è una diversa presenza». Insomma, i disabili non sono persone che devono diventare il più possibile uguali agli altri, «cambiate lo sguardo e lasciateci la libertà di restare noi stessi, allora noi saremo liberi quanto voi…». Non è questione di leggi in Parlamento, ma proprio di sguardo: «Se le persone vengono misurate per ciò che fanno, è ovvio che uno come me o dj Fabo vuole solo morire. Ma se venissero capite per quello che sono, tutto cambierebbe. Ci vedete come mancanza di libertà, ma noi siamo libertà, se ci viene permesso di essere diversi».

ACCANIMENTO ED EUTANASIA

Il teologo Luigi Lorenzetti, su Famiglia Cristiana (27 febbraio) precisa: « «L’accanimento terapeutico indica trattamenti sanitari che, nella situazione concreta e in base all’attuale scienza medica, risultano inutili per la guarigione o per il miglioramento del malato; sono anche sproporzionati tra quello che si può fare tecnicamente e il risultato che si prevede di ottenere»

L’eutanasia, invece, «indica il procurare la morte, su richiesta del soggetto allo scopo di porre termine a un’esistenza che è (o si ritiene) irreversibilmente se­gnata dalla sofferenza. Si pratica con un’azione (ad esempio, iniezione letale) o con l’omissione delle cure ordinarie; o anche con l’aumentare appositamente le dosi antidolorifiche allo scopo di affrettare la morte».

IL CONFINE “OSCURO”

Accanimento terapeutico ed eutanasia «sono distinti e il confine che li separa è chiaro. Il confine si oscura quando si tende a far passare per accanimento quelle che sono cura e assistenza ordinarie. Può verificarsi che, nella situazione concreta, ci siano dubbi sull’utilità e proporzionalità di certi interventi medici e chirurgici (ad esempio, un trattamento di chemioterapia). L’alleanza medico-paziente è l’ideale per una decisione più giusta a favore del paziente».

Al contrario, «non ci sono dubbi su quali sono i trattamenti ordinari (proporzionati), così che non intraprenderli o sospenderli significa procurare la morte, vale a dire entrare nell’area dell’eutanasia».

TRATTAMENTI ORDINARI

La questione nuova riguarda l’idratazione e l’alimentazione artificiali: sono trattamenti ordinari e, quindi, in linea di principio obbligatori o, viceversa, straordinari e, quindi, da rifiutare?

«Ci so­no seri argomenti – ragiona il teologo – per concludere che sono trattamenti ordinari (utili e proporzionati). Non richiedono, infatti, l’impiego di sofisticati strumenti tecnologici; sono accessibili a strutture ospedaliere povere; sono praticabili anche a livello familiare. Anzi, non sono nemmeno atti medici («il nutrire si differenzia dal curare»), ma trattamenti di sostegno vitale e, in quanto tali, costituiscono il minimo che si possa prestare a chi non è in grado di nutrirsi autonomamente».

“NIENTE STRUMENTALIZZAZIONI”

«Rispettoso silenzio», ma no a «strumentalizzazioni ideologiche». Questo l’atteggiamento di Alberto Gambino, giurista e presidente dell’associazione “Scienza & Vita”, di fronte alla notizia della morte in Svizzera di dj Fabio. «Compassione e rispetto assoluti per una vicenda dolorosissima», ribadisce Gambino, ma anche un fermo no alla «strumentalizzazione ideologica del caso fatta dai radicali per tentare di accelerare l’approvazione del ddl sul fine vita pendente alla Camera» (Agensir, 27 febbraio).

“SOSPENSIONE NON ACCETTABILE”

Pur non aprendo in alcun modo al suicidio assistito, l’attuale testo presenta tuttavia diversi profili problematici, prosegue Gambino. Tra questi la possibilità di interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiali che, chiarisce, «non costituiscono atti terapeutici, bensì presidi vitali. Se una persona non può sostenersi autonomamente, la loro sospensione non è accettabile e si configura a tutti gli effetti come una forma di eutanasia passiva, anche se – ribadisce – non sarebbe stato questo il caso di dj Fabio».

Fonti

http://it.radiovaticana.va/news/2017/02/28/caso_dj_fabo_il_commento_di_mons_paglia_grande_sconfitta/1295545

“Noi siamo libertà”. La campagna di Matteo contro l’eutanasia

Card Müller:”Non è Amoris Laetitia che provoca confusione, ma alcuni confusi interpreti di essa.”

Il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede Gerhard Ludwig Müller torna a parlare dei temi contenuti nei “dubia” su Amoris Laetitia presentati da quattro porporati, senza mai citarli esplicitamente, e ripropone la sua lettura del documento papale rispondendo alle domande della rivista Il Timone, spesso critica verso il magistero dell’attuale Pontefice. Nell’intervista, peraltro, il Cardinale ribadisce concetti già espressi in sue precedenti interviste.

Per Müller, la «Amoris laetitia» va «chiaramente interpretata alla luce di tutta la dottrina della Chiesa. Non mi piace, non è corretto che tanti vescovi stiano interpretando “Amoris laetitia” secondo il loro proprio modo di intendere l’insegnamento del papa. Questo non va nella linea della dottrina cattolica. Il magistero del papa è interpretato solo da lui stesso o tramite la Congregazione per la dottrina della fede. Il papa interpreta i vescovi, non sono i vescovi a interpretare il papa, questo costituirebbe un rovesciamento della struttura della Chiesa cattolica. A tutti questi che parlano troppo, raccomando di studiare prima la dottrina [dei concili] sul papato e sull’episcopato. Il vescovo, quale maestro della Parola, deve lui per primo essere ben formato per non cadere nel rischio che un cieco conduca per mano altri ciechi».

Poi dichiara essere sempre valido l’impegno contenuto nell’esortazione apostolica di papa san Giovanni Paolo II «Familiaris consortio», la quale prevede che le coppie di divorziati risposati che non possono separarsi, per poter accedere ai sacramenti devono impegnarsi a vivere in continenza: «Non è superabile perché non è solo una legge positiva di Giovanni Paolo II, ma lui ha espresso ciò che è costitutivamente elemento della teologia morale cristiana e della teologia dei sacramenti. La confusione su questo punto riguarda anche la mancata accettazione dell’enciclica “Veritatis splendor” con la chiara dottrina dell’”intrinsece malum”. Per noi il matrimonio è l’espressione della partecipazione dell’unità tra Cristo sposo e la Chiesa sua sposa. Questa non è, come alcuni hanno detto durante il Sinodo, una semplice vaga analogia. No! Questa è la sostanza del sacramento, e nessun potere in cielo e in terra, né un angelo, né il papa, né un concilio, né una legge dei vescovi, ha la facoltà di modificarlo».

Il Prefetto invita tutti a «riflettere, studiando prima la dottrina della Chiesa, a partire dalla Parola di Dio nella Sacra Scrittura che sul matrimonio è molto chiara. Consiglierei anche di non entrare in alcuna casuistica che può facilmente generare malintesi, soprattutto quello per cui se muore l’amore, allora è morto il vincolo del matrimonio. Questi sono sofismi: la Parola di Dio è molto chiara e la Chiesa non accetta di secolarizzare il matrimonio. Il compito di sacerdoti e vescovi non è quello di creare confusione, ma quello di fare chiarezza. Non ci si può riferire soltanto a piccoli passaggi presenti in “Amoris laetitia”, ma occorre leggere tutto nell’insieme, con lo scopo di rendere più attrattivo per le persone il Vangelo del matrimonio e della famiglia. Non è “Amoris laetitia” che ha provocato una confusa interpretazione, ma alcuni confusi interpreti di essa. Tutti dobbiamo comprendere ed accettare la dottrina di Cristo e della sua Chiesa e allo stesso tempo essere pronti ad aiutare gli altri a comprenderla e a metterla in pratica anche in situazioni difficili». 

Nella bella intervista il prefetto aggiunge altro, spiega che «non dobbiamo pretendere di scegliere un Papa, un vescovo o un parroco da una specie di catalogo, come se vi fosse un desiderio personale da soddisfare. Dobbiamo vivere la concretezza della realtà così come ci è stata data e accettare la contingenza della esistenza umana».

Ha anche spiegato che l’intento originale di Lutero non era sbagliato: «è necessario sbarazzarsi della “mondanizzazione” della Chiesa: tutto questo possiamo accettarlo dalle istanze della riforma protestante». Aggiungendo però che «ci sono errori dommatici tra i riformatori che non possiamo accettare» poiché si è andati ad «incidere sul nucleo del concetto cattolico di Rivelazione». Ovvero la Riforma e i riformatori hanno perso di vista l’intento originale, la purificazione della Chiesa, andando ben oltre. Non sembra così distante dalla lettura -necessariamente più “diplomatica”-, di Francesco, per il quale «l’intento di Martin Lutero, cinquecento anni fa, era quello di rinnovare la Chiesa, non di dividerla». Ed è chiaro che anche il Papa stesso trovi incompatibili i frutti della Riforma con la visione cattolica, infatti spera di«giungere a ulteriori convergenze sui contenuti della dottrina e dell’insegnamento morale della Chiesa per avvicinarsi sempre più all’unità piena e visibile».

Nell’intervista televisiva a Stanze vaticane, il card. Müller disse che «l’“Amoris Laetitia” è molto chiara nella sua dottrina e possiamo interpretare tutta la dottrina di Gesù sul matrimonio, tutta la dottrina della Chiesa in 2000 anni di storia». Nell’intervista pubblicata oggi, conferma la sua posizione, smentendo per la seconda volta coloro che ritengono che l’esortazione apostolica non sia in linea con il magistero cattolico: «Non è Amoris Laetitia che ha provocato una confusa interpretazione, ma alcuni confusi interpreti di essa».

Già precedentemente a Radio Vaticana, il card. Müller aveva affermato che Papa Francesco vuole aiutare tutti coloro il cui matrimonio e le cui famiglie si trovano in crisi, “a trovare una via che sia in corrispondenza con la volontà sempre misericordiosa di Dio” ed aveva respinto le teorie su presunte lotte intestine in Vaticano tra quanti premono per una riforma e quanti invece frenano: stiamo parlando “della vittoria della verità, non del trionfo del potere”.

Fonti

http://www.lastampa.it/2017/02/01/vaticaninsider/ita/vaticano/mller-cos-io-leggo-amoris-laetitia-miM0PAAksu2SOdbCRiCexI/pagina.html

http://www.uccronline.it/2017/02/01/il-card-muller-a-il-timone-non-e-amoris-laetitia-ad-aver-creato-confusione/

http://it.radiovaticana.va/news/2016/12/02/intervista_al_card_m%C3%BCller_sulla_lettera_di_4_cardinali/1276440

Il Papa: “La Speranza, il nostro elmo di salvezza, è radicata nell’evento della Resurrezione di Cristo”

La Speranza cristiana – 9. L’elmo della speranza (1Ts 5,4-11)  

Catechesi Udienza generale di Papa Francesco 1 febbraio 2017

Nelle scorse catechesi abbiamo iniziato il nostro percorso sul tema della speranza rileggendo in questa prospettiva alcune pagine dell’Antico Testamento. Ora vogliamo passare a mettere in luce la portata straordinaria che questa virtù viene ad assumere nel Nuovo Testamento, quando incontra la novità rappresentata da Gesù Cristo e dall’evento pasquale: la speranza cristiana. Noi cristiani, siamo donne e uomini di speranza.

È quello che emerge in modo chiaro fin dal primo testo che è stato scritto, vale a dire la Prima Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi. Nel passo che abbiamo ascoltato, si può percepire tutta la freschezza e la bellezza del primo annuncio cristiano. Quella di Tessalonica è una comunità giovane, fondata da poco; eppure, nonostante le difficoltà e le tante prove, è radicata nella fede e celebra con entusiasmo e con gioia la risurrezione del Signore Gesù. L’Apostolo allora si rallegra di cuore con tutti, in quanto coloro che rinascono nella Pasqua diventano davvero «figli della luce e figli del giorno» (5,5), in forza della piena comunione con Cristo.

Quando Paolo le scrive, la comunità di Tessalonica è appena stata fondata, e solo pochi anni la separano dalla Pasqua di Cristo. Per questo, l’Apostolo cerca di far comprendere tutti gli effetti e le conseguenze che questo evento unico e decisivo, cioè la risurrezione del Signore, comporta per la storia e per la vita di ciascuno. In particolare, la difficoltà della comunità non era tanto di riconoscere la risurrezione di Gesù, tutti ci credevano, ma di credere nella risurrezione dei morti. Sì, Gesù è risorto, ma la difficoltà era credere che i morti risorgono. In tal senso, questa lettera si rivela quanto mai attuale. Ogni volta che ci troviamo di fronte alla nostra morte, o a quella di una persona cara, sentiamo che la nostra fede viene messa alla prova. Emergono tutti i nostri dubbi, tutta la nostra fragilità, e ci chiediamo: «Ma davvero ci sarà la vita dopo la morte…? Potrò ancora vedere e riabbracciare le persone che ho amato…?». Questa domanda me l’ha fatta una signora pochi giorni fa in un’udienza, manifestando un dubbio: “Incontrerò i miei?”. Anche noi, nel contesto attuale, abbiamo bisogno di ritornare alla radice e alle fondamenta della nostra fede, così da prendere coscienza di quanto Dio ha operato per noi in Cristo Gesù e cosa significa la nostra morte. Tutti abbiamo un po’ di paura per questa incertezza della morte. Mi viene alla memoria un vecchietto, un anziano, bravo, che diceva: “Io non ho paura della morte. Ho un po’ di paura a vederla venire”. Aveva paura di questo.

Paolo, di fronte ai timori e alle perplessità della comunità, invita a tenere salda sul capo come un elmo, soprattutto nelle prove e nei momenti più difficili della nostra vita, «la speranza della salvezza». È un elmo. Ecco cos’è la speranza cristiana. Quando si parla di speranza, possiamo essere portati ad intenderla secondo l’accezione comune del termine, vale a dire in riferimento a qualcosa di bello che desideriamo, ma che può realizzarsi oppure no. Speriamo che succeda, è come un desiderio. Si dice per esempio: «Spero che domani faccia bel tempo!»; ma sappiamo che il giorno dopo può fare invece brutto tempo… La speranza cristiana non è così. La speranza cristiana è l’attesa di qualcosa che già è stato compiuto; c’è la porta lì, e io spero di arrivare alla porta. Che cosa devo fare? Camminare verso la porta! Sono sicuro che arriverò alla porta. Così è la speranza cristiana: avere la certezza che io sto in cammino verso qualcosa che è, non che io voglia che sia. Questa è la speranza cristiana. La speranza cristiana è l’attesa di una cosa che è già stata compiuta e che certamente si realizzerà per ciascuno di noi. Anche la nostra risurrezione e quella dei cari defunti, quindi, non è una cosa che potrà avvenire oppure no, ma è una realtà certa, in quanto radicata nell’evento della risurrezione di Cristo. Sperare quindi significa imparare a vivere nell’attesa. Imparare a vivere nell’attesa e trovare la vita. Quando una donna si accorge di essere incinta, ogni giorno impara a vivere nell’attesa di vedere lo sguardo di quel bambino che verrà. Così anche noi dobbiamo vivere e imparare da queste attese umane e vivere nell’attesa di guardare il Signore, di incontrare il Signore. Questo non è facile, ma si impara: vivere nell’attesa. Sperare significa e implica un cuore umile, un cuore povero. Solo un povero sa attendere. Chi è già pieno di sé e dei suoi averi, non sa riporre la propria fiducia in nessun altro se non in sé stesso.4374877_53c46

Scrive ancora san Paolo: «Egli [Gesù] è morto per noi perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui» (1 Ts5,10). Queste parole sono sempre motivo di grande consolazione e di pace. Anche per le persone amate che ci hanno lasciato siamo dunque chiamati a pregare perché vivano in Cristo e siano in piena comunione con noi. Una cosa che a me tocca tanto il cuore è un’espressione di san Paolo, sempre rivolta ai Tessalonicesi. A me riempie della sicurezza della speranza. Dice così:

«E così per sempre saremo con il Signore» (1 Ts 4,17). Una cosa bella: tutto passa ma, dopo la morte, saremo per sempre con il Signore. È la certezza totale della speranza, la stessa che, molto tempo prima, faceva esclamare a Giobbe: «Io so che il mio redentore è vivo […]. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno» (Gb 19,25.27). E così per sempre saremo con il Signore. Voi credete questo? Vi domando: credete questo? Per avere un po’ di forza vi invito a dirlo tre volte con me: “E così per sempre saremo con il Signore”. E là, con il Signore, ci incontreremo.

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20170201_udienza-generale.html