Papa Francesco torna a denunciare il genocidio degli armeni e lo paragona all’attuale MARTIRIO DEI CRISTIANI: “oggi i cristiani sono perseguitati più che al tempo dei primi martiri”.

 

Il Papa in Armenia per l’omaggio alle vittime del genocidio. Il Papa si è recato alla “Fortezza delle rondini”, il mausoleo del genocidio, il luogo più sacro per gli armeni.

“Qui prego, col dolore nel cuore, perché non vi siano più tragedie come questa, perché l’umanità non dimentichi, sappia vincere con il bene il male. Dio conceda all’amato popolo armeno e al mondo intero pace e consolazione. Dio custodisca la memoria del popolo armeno, la memoria non va annacquata né dimenticata, la memoria è fonte di pace e di futuro”: sono queste le parole vergate di pugno dal Papa sul Libro d’Onore del Memoriale del genocidio armeno. –

http://it.radiovaticana.va/news/2016/06/25/il_papa_al_memoriale_che_ricorda_il_massacro_degli_armeni/1239882

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In Armenia, prima Nazione cristiana, Paese che “conosce la persecuzione” e ha subito il primo “genocidio” del ‘900, papa Francesco, rischiando un incidente diplomatico, torna a denunciare che oggi “i cristiani, come e forse più che al tempo dei primi martiri, sono in alcuni luoghi discriminati e perseguitati per il solo fatto di professare la loro fede”. Parole forti nel Paese che ha vissuto il “Metz Yeghérn”, il “Grande Male”, come gli armeni chiamano la persecuzione turca che tra il 1915 e il 1916 provocò almeno un milione e mezzo di morti.

“Grande male”, che “inaugurò purtroppo il triste elenco delle immani catastrofi del secolo scorso”, evocato oggi dal Papa – che ha parlato di “genocidio”, parola invisa ai turchi – nel discorso che ha rivolto il 24 giugno 2016 alle autorità politiche, ai rappresentanti della società civile e del mondo della cultura e ai membri del corpo diplomatico nel Salone principale del Palazzo presidenziale di Yerevan, presenti circa 250 persone.

Già  il 12 aprile 2015 in un saluto speciale rivolto ai fedeli di rito armeno Papa Francesco, richiamando le parole di Giovanni Palo II del 2001, disse che quello subito dal popolo armeno costituiva a tutti gli effetti «il primo genocidio del XX secolo». Questo suo chiaro riferimento causò l’irritata reazione dei turchi che arrivarono perfino a richiamare in patria (“per consultazioni”) il proprio ambasciatore Mehmet Pacaci. In Turchia si parlò di “inaccettabile calunnia”.

L’incidente diplomatico fece sobbalzare qualche sedia in Segreteria di Stato, ma il Papa nell’omelia di Santa Marta del 13 aprile disse chiaramente che «non bisogna avere paura di chiamare le cose con il proprio nome». La cosa poi rientrò, grazie a un paziente lavoro di ricucitura con i turchi, e tutto lasciava presagire che quella parola non si sarebbe più pronunciata. Invece ieri Papa Francesco l’ha pronunciata di nuovo. 

La parola non era contenuta nel testo consegnato ai giornalisti e, dunque, nulla lasciava pensare che avrebbe subito affermato che quanto accadde nel 1915, e che solo Papa Benedetto XV aveva avuto il coraggio di denunciare apertamente,era un genocidio.

«Quella tragedia, quel genocidio – ha aggiunto nel suo discorso davanti al presidente Serzh Sargsyan, alle autorità politiche e diplomatiche dell’Armenia,- inaugurò purtroppo il triste elenco delle immani catastrofi del secolo scorso, rese possibili da aberranti motivazioni razziali, ideologiche o religiose, che ottenebrarono la mente dei carnefici fino al punto di prefiggersi l’intento di annientare interi popoli».

Così il «Grande male», il “Metz Yeghéer” come lo chiamano in Armenia, è stato nuovamente indicato come «genocidio», senza tanti giri di parole. Non solo, Papa Francesco ha fatto anche un’altra sottolineatura a braccio che è molto significativa.

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GENOCIDIO ARMENI

«È tanto triste – ha specificato Papa Francesco- sia in questo armeno come negli altri due (riferendosi al genocidio degli ebrei e quello causato dal comunismo, nda), le grandi potenze internazionali guardavano da un’altra parte».

Qui il Papa ha fatto riferimento esplicito all’attuale persecuzione dei cristiani:

«Oggi, in particolare i cristiani, come e forse più che al tempo dei primi martiri, sono in alcuni luoghi discriminati e perseguitati per il solo fatto di professare la loro fede, mentre troppi conflitti in varie aree del mondo non trovano ancora soluzioni positive, causando lutti, distruzioni e migrazioni forzate di intere popolazioni. È indispensabile perciò che i responsabili delle sorti delle nazioni intraprendano con coraggio e senza indugi iniziative volte a porre termine a queste sofferenze, facendo della ricerca della pace, della difesa e dell’accoglienza di coloro che sono bersaglio di aggressioni e persecuzioni, della promozione della giustizia e di uno sviluppo sostenibile i loro obiettivi primari».

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PAPA FRANCESCO IN ARMENIA CON IL PATRIARCA KAREKIN II

Anche per questo il lavoro ecumenico con la Chiesa Apostolica Armena, una chiesa molto vicina a quella cattolica e antichissima, diventa importante. Lo ha ricordato il Papa durante la visita di preghiera alla cattedrale apostolica, rivolgendosi al Patriarca Karekin II. «Il mondo – ha ricordato ancora Francesco – è purtroppo segnato da divisioni e conflitti, come pure da gravi forme di povertà materiale e spirituale, compreso lo sfruttamento delle persone, persino di bambini e anziani, e attende dai cristiani una testimonianza di reciproca stima e fraterna collaborazione, che faccia risplendere davanti ad ogni coscienza la potenza e la verità della Risurrezione di Cristo».

Questa testimonianza dei cristiani, nella persecuzione che stanno subendo in Medio Oriente, per il Papa prende la forma del «martirio», come aveva ricordato in un recente incontro a Roma incontrando la comunità di Villa Nazareth. Lì aveva specificato che la parola «genocidio» non si addice, appunto, a questa persecuzione che è un «martirio». Mentre, ancora una volta, ha fatto capire che la parola «genocidio» va benissimo quando si tratta delle immani tragedie del secolo scorso.

IL RUOLO FONDAMENTALE DEL VATICANO PER FERMARE IL GENOCIDIO DEGLI ARMENI: Intervista a Valentina Vartui Karakhanian, che è l’autrice, insieme a Omar Viganò, del volume La Santa Sede e lo sterminio degli armeni nell’impero ottomano” (edizioni Guerini e Associati, pp. 294, euro 25,50, prefazione di Antonia Arslan), che svela i documenti dell’archivio segreto del Vaticano e «il lavoro fondamentale fatto dalla Santa Sede e dal Papa per porre fine al genocidio»

 

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PAPA BENEDETTO XV

Che contributo dà questo volume nel sottrarre dall’oblio il genocidio armeno?
Tratta di un aspetto specifico della vicenda del genocidio cominciato il 24 aprile del 1915, ossia del ruolo della Santa Sede nel cercare di fermare la strage negli anni della Prima guerra mondiale. Come diplomati alla scuola di archivistica vaticana, io e Omar Viganò, abbiamo tracciato l’operato della diplomazia della Santa Sede, selezionando i principali documenti degli archivi segreti vaticani, da cui emerge la centralità del suo ruolo nel frenare le deportazioni. Il Vaticano lavorò tramite i suoi diplomatici nei vari paesi coinvolti nel conflitto mondiale. Determinante fu poi l’azione di monsignor Angelo Maria Dolci, delegato apostolico della Santa Sede a Costantinopoli. Infine, furono fondamentali gli interventi della Segreteria di Stato e sopratutto di papa Benedetto XV.

Come agì il Papa?
Ci sono tre passaggi fondamentali descritti da tre lettere indirizzate al sultano Mehmet V per supplicarlo di porre fine al genocidio. Sono contenuti nel Libro Bianco della diplomazia vaticana, nel quale esiste un capitolo dedicato all’Armenia. Qui le deportazioni avvenivano in maniera massiccia, sebbene fossero nascoste dalla guerra: si diceva che la gente moriva per il conflitto, mentre era vittima di un accurato progetto di sterminio di massa. Per questo vescovi, sacerdoti, fedeli scrissero al Papa chiedendo aiuto. Papa Benedetto XV disse quindi al sultano che l’urlo di dolore era giunto alle sue orecchie e gli chiese di arrestare le deportazioni in quella che definì una “misera nazione”. Alla terza missiva il Pontefice ottenne quanto aveva domandato.

http://www.30giorni.it/articoli_id_8992_l1.htm

Ieri papa Francesco ha parlato di nuovo di «genocidio». Perché si teme ancora oggi di parlare di questo episodio storico?
Le ragioni sono tante, ma quello che ci tengo a sottolineare ora è che questo popolo chiede giustizia da anni affinché sia riconosciuto quanto ha subìto. Io stessa sono una armena vittima della diaspora e quindi nata e cresciuta in Georgia. E mi sono sempre chiesta perché non avessi potuto vivere nella mia nazione di appartenenza, che per noi è come la terra promessa.

Impressiona che Hitler, quando gli dissero che la Shoah sarebbe stata ricordata, rispose che, al contrario, il genocidio armeno sarebbe caduto nell’oblio della storia. Hitler si ispirò al genocidio degli Armeni per perpetrare quello degli ebrei.

I documenti, anche di fonte turca, in particolare dei primi processi tenuti prima dell’instaurazione del regime nazionalista di Atatürk, e le testimonianze dell’epoca mostrano che non si è trattato affatto di una serie di incidenti e di maltrattamenti più o meno casuali, come sostengono ancora oggi i turchi, ma di un piano deliberato, ben organizzato, con un uso pianificato delle risorse, che aveva lo scopo della distruzione del popolo armeno dalle sue terre d’origine (il Caucaso meridionale, l’Anatolia orientale, il territorio fra la valle dell’Eufrate e la Siria settentrionale) e dal resto dell’impero ottomano. Furono prima eliminati intellettuali e leader politici, poi la popolazione fu rastrellata, in parte uccisa sul posto, in parte distrutta in “marce della morte” verso il deserto, che furono imitate dai nazisti nella fase finale della Shoah.

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Hitler con il Grande Muftì turco 1941

Al genocidio degli armeni parteciparono anche ufficiali tedeschi che utilizzarono l’esperienza venticinque anni dopo contro il popolo ebraico. Fra loro vi era anche il futuro muftì di Gerusalemme, Haj Amin al-Husseini, collaboratore attivo dei nazisti e amico personale di Hitler.

Quello che occorre evidenziare è che il Papa ha parlato del genocidio durante le celebrazioni del suo centesimo anniversario, nel 2015, e che anche il Parlamento tedesco lo ha riconosciuto. Occorre continuare per questa via, affinché si comprenda l’origine di quanto è accaduto. Altrimenti la violenza potrebbe ripetersi.

Che speranza nutre per la visita di papa Francesco?
In questo momento quello che mi aspetto come persona e come armena è un incoraggiamento a non disperare, nonostante l’oblio storico, nonostante l’isolamento del nostro paese e nonostante il conflitto con l’Azerbaigian che si è riacceso lo scorso aprile nella zona di Nagorno-Karabakh, a maggioranza armena. Un conflitto che dura da oltre un quarto di secolo e con pochi tentativi di intervento. Ci ha comunque colpito che il Santo Padre abbia detto che verrà come pellegrino nella nostra terra, la prima nazione cristiana del mondo, perché questo è già parte dell’incoraggiamento e della consolazione che attendiamo. Penso che il Papa ci aiuterà a continuare a sperare e a mantenerci fedeli al nostro paese, nonostante tutto.

 Il momento più significativo del viaggio sarà la visita del Papa in un luogo storico religioso importantissimo per gli armeni, il monastero da cui San Gregorio l’illuminatore, liberato dal Re, convertì l’Armenia che nel 301 divenne la prima nazione cristiana. Da questo sito il Pontefice libererà due colombe bianche verso il monte Ararat (citato nella Bibbia e fino a cui arrivò l’Arca di Noè), un tempo nel territorio armeno ma ora parte della Turchia. Un gesto significativo, che vale più di tante parole.

Fonti Viaggio del papa in Armenia | Tempi.it

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2016/06/25/il-papa-in-armenia-per-lomaggio-alle-vittime-del-genocidio_3aa07b1e-4a68-4292-bf76-b957d0724227.html

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