Santa Elisabetta della Trinità: la preghiera come “musica interiore”, un continuo scambio d’amore con Dio

Nel Giubileo della Misericordia, il 16 ottobre 2016, la Chiesa ha celebrato  la canonizzazione di Elisabetta della Trinità, la mistica carmelitana francese, maestra spirituale per i suoi insegnamenti sulla presenza interiore di Dio e sull’ adorazione interiore. Il mistero divino è stato rivelato a lei non da un’infusione improvvisa di grazia, ma attraverso le esperienze e le lezioni che ha imparato lungo il cammino difficile della sua breve ma intensissima vita di 26 anni sulla terra. La prima lezione che Elisabetta imparò fu come controllare il proprio temperamento irrequieto.

Elisabetta nacque a Digione nel 1880 da Maria Rolland e da Joseph Catez, un ufficiale dell’esercito francese. Elisabetta era considerata una bambina non facilmente malleabile, dal carattere forte, a volte irascibile e impetuosa. Chi la preparò a ricevere la Prima Comunione affermò che Elisabetta aveva “un temperamento tale che sarebbe diventata o un angelo o un demonio”. Sappiamo come andò a finire: ma quanto lavoro spirituale, quanta pazienza da parte sua e della madre, della sorella e anche del padre, che le morì tra le braccia, per arresto cardiaco, quando lei aveva solo sette anni. Quanto impegno ascetico nella fanciullezza e adolescenza, quando sembra tutto più difficile e complicato.

Così lei stessa scrisse di sé:

“Amavo molto la preghiera e così tanto il buon Dio, che anche precedentemente alla Prima Comunione non riuscivo a comprendere che si potesse dare il proprio cuore ad un altro. Già fin d’allora ero risoluta a non amare che Lui e a non vivere che per Lui”.

LA PREGHIERA COME “MUSICA INTERIORE”

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Come una risposta musicale alla sua preghiera, lo studio del pianoforte offrì ad Elisabetta l’opportunità di imparare la padronanza di sé e di scoprire anche il metodo del dialogo cuore a cuore con Dio. All’età di 8 anni, Elisabetta venne iscritta presso il Conservatorio di Musica di Digione e fu presto immersa nella disciplina della pratica quotidiana, imparò l’ obbedienza ad un istruttore e l’ umile accettazione della critica. Sviluppò un raffinato senso di bellezza e di auto-espressione, e all’età di 13 anni, vinse il primo premio nel concorso annuale della scuola. Un membro del pubblico, ammirato dalla bravura della bambina prodigio,  dopo il suo spettacolo affermò: “Tutto il suo corpo è stato spostato dalla sua anima, ma senza esagerare. Tutto sembrava misurato come se fosse guidato da una MUSICA INTERIORE “…

Per Elisabetta, la “musica interiore” era la reciprocità della preghiera, lo scambio d’amore con Dio che sentiva presente nella sua anima.elizabeth7La grande svolta per lei si ebbe il 19 aprile 1890. Per lei il grande giorno. Quello della Prima Comunione. Scrisse: “In quel grande giorno noi ci siamo dati totalmente l’uno all’altro”. Una promessa di amore totale e reciproco con il Cristo Eucaristico, a cui rimase fedele fino alla fine.

È giusto però ricordare che per il grande appuntamento eucaristico, sua madre ha giocato un ruolo fondamentale. Fu lei che disse alla bambina, talvolta irrequieta e difficile:

“Se vuoi fare la Prima Comunione devi assolutamente cambiare”.Elisabetta prese molto sul serio la raccomandazione materna. Quella frase cadeva su un terreno fertile e già preparato. Sono infatti numerose le testimonianze che affermarono che il carattere di Elisabetta era cambiato “in modo impressionante”, ed “in maniera quasi impossibile”. Aveva solo dieci anni ma lei aveva capito che l’Eucarestia è il mistero dell’Amore Infinito di Cristo per noi e voleva assolutamente essere preparata a quello scambio di amore. Si sentì voluta e amata da Cristo e ricambiò in modo travolgente e totale questo amore. In una delle sue lettere alla madre (n. 150) ne riconoscerà il merito scrivendole:

“Mamma cara, se io L’amo, un po’ sei tu che hai orientato il cuore della tua bambina verso di Lui. Mi hai preparata così a quel primo incontro, quel grande giorno in cui ci siamo donati totalmente l’uno all’altro”.

ELISABETTA, CIOE’ LA “CASA DI DIO”silence-ble4Un altro incontro, molto importante e provvidenziale, Elisabetta lo ebbe nel pomeriggio di quel gran giorno. A qualche centinaio di metri dalla sua abitazione c’era il monastero carmelitano con una chiesa annessa che la famiglia Catez frequentava. Elisabetta poteva addirittura vederlo dalla sua cameretta. Quel pomeriggio la priora del monastero le disse che Elisabetta significava «Casa di Dio» e le regalò un’immaginetta su cui aveva scritto:

“Il tuo nome benedetto nasconde un mistero, che si è compiuto in questo gran giorno. Bambina mia, il tuo nome è sulla terra, «Casa di Dio» (= Elisabetta), di un Dio che è Amore”.

Forse parole di circostanza, ma quell’intuizione sul nome Elisabetta fu come una rivelazione e fece colpo su di lei.

Il pensiero di “essere abitata da Dio” (dalla Trinità) e di dover sempre accoglierLi con sommo amore la seguirà fino alla fine della vita.blessed-elizabeth-of-the-trinity-featured-w740x493

Convinta che era stata chiamata ad una vita di preghiera contemplativa, nel 1901, Elisabetta mise da parte la sua carriera musicale e le molte attività sociali a cui era chiamata (concerti in tutta Europa) ed entrò nel monastero carmelitano di Digione.

Lì, nella solitudine e nel silenzio della sua minuscola cella, ha riversato il suo cuore in una lettera a sua madre:

“Mi sembra che ho trovato il mio paradiso in terra, dal momento che il cielo è Dio, e Dio è nella mia anima. Il giorno in cui ho capito questo, tutto è diventato chiaro per me. Vorrei sussurrare questo segreto a coloro che amo, così anche loro potrebbero sempre aggrapparsi a Dio attraverso tutto ciò. ” 

“Sento tanto amore attorno alla mia anima. È come un oceano in cui mi getto e mi perdo… Egli è in me e io in Lui. Non ho che da amarlo e da lasciarmi amare, ad ogni istante e in ogni cosa: svegliarmi nell’amore, muovermi nell’amore, addormentarmi nell’amore, con l’anima nella sua anima, il cuore nel suo cuore, e gli occhi nei suoi occhi…”(Lettera 146).bl-elizabethofthetrinityAttraverso molte lettere, Elisabetta cominciò a “sussurrare questo segreto” alla famiglia ed agli amici e insegnò loro il suo metodo di adorazione.

“E’ così semplice. L’Adoratore Divino è dentro di noi, quindi abbiamo la sua preghiera; cerchiamo di offrirla, in comunione con Lui e preghiamo con la sua anima. La Vergine Maria è il modello di adorazione…Con quale pace, con quale raccoglimento Maria si avvicinava a ogni cosa, faceva ogni cosa! Come anche le cose più banali erano da lei divinizzate. In tutto e per tutto la Vergine Maria restava in adorazione del dono di Dio. Ciò non le impediva di prodigarsi al di fuori, quando si trattava di esercitare la carità.”bl-e-of-t-ill-near-death-full-pic

Seguendo l’esempio di Maria, Elisabetta praticava l’adorazione interiore aumentata dalla carità, in misura particolarmente toccante durante i mesi agonizzanti finali della sua vita. Mentre il suo giovane corpo veniva meno tra il morbo di Addison e la tubercolosi, non ha mai ceduto alla autocommiserazione, ma ha mantenuto il raccoglimento interiore in Dio, protendendosi sempre con amore verso gli altri.

Già anni prima mentre aspettava la maggiore età per farsi carmelitana, fu un padre domenicano a introdurla nella prospettiva trinitaria e ad insegnarle a pregarLi e ad adorarLi, non singolarmente ma come i Tre Insieme, come Trinità appunto. E nella contemplazione e adorazione di questo mistero di Amore Trinità, Elisabetta seppe trovare la pace e la forza di sopportare quella terribile malattia, che, come confidò una volta alla superiora, l’aveva addirittura portata fino al pensiero del suicidio. Ma aveva superata la crisi con il pensiero che Dio era presente in lei, che la guardava con infinito amore e che la teneva sempre per mano. eliz-2-800x418

Una mattina, alzando lo sguardo dal suo letto dell’infermeria verso gli occhi preoccupati e tristi della sua priora, Elisabetta le disse: “O Madre, non preoccuparti per me. Il buon Dio mi ha dato tanta grazia. Questa mattina mi ha donato questa parola in profondità dentro di me: ‘Se uno mi ama, il Padre mio lo amerà; noi verremo a lui e prenderemo dimora in lui ‘. In quel momento, ho sperimentato la verità di tutto questo. Non posso descrivere come le tre divine Persone si sono rivelate, ma le ho viste mentre tenevano un’amorevole conversazione dentro di me, e ancora mi sembra di vederle. Come è grande Dio e come ci ama!”. E il 9 novembre 1906 Elisabetta andò a vivere per sempre in cielo quel mistero di Amore Infinito Trinità che lei aveva tanto amato e contemplato già in terra.

Durante la sua vita sulla terra, Elisabetta ha imparato ad “aggrapparsi a Dio attraverso tutto”; ora, continua a condividere le sue lezioni dal cielo. Se potessimo offrire una preghiera a imitazione della sua spiritualità, la preghiera perfetta è quella che compose per se stessa: “Possa la mia vita essere una preghiera continua, un lungo atto d’amore.”

“Mi sembra che in cielo la mia missione sarà quella di attrarre le anime, aiutandole a uscire da se stesse per aderire a Dio, con un movimento del tutto semplice e pieno di amore e di custodirle in quel grande silenzio interiore che permette a Dio di imprimersi in loro e di trasformarle in lui stesso” (Lettera del 28 ottobre 1906).

PREGHIERA ALLA SANTISSIMA TRINITA’ di Santa Elisabetta della Trinitàceiling-fresco-in-the-russian-orthodox-church-of-the-holy-trinity-jerusalem-israel-middle-east

O mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi completamente, per dimorare in Te, immobile e quieta come se la mia anima fosse già nell’eternità. Che niente possa turbare la mia pace e farmi uscire da te, mio Immutabile, ma che ogni istante mi conduca più addentro a quella profondità del tuo mistero.
Pacifica la mia anima, fa’ di lei il tuo cielo, la tua dimora amata e il luogo del tuo riposo; che io non ti lasci lì solo, mai, ma che sia presente tutta intera, completamente risvegliata nella mia fede, tutta adorante, tutta abbandonata alla tua azione creatrice.
O Cristo mio amato, crocifisso per amore, vorrei essere una sposa per il tuo Cuore; vorrei coprirti di gloria, vorrei amarti… fino a morirne! Ma sento la mia impotenza e ti chiedo di rivestirmi di Te stesso, di identificare la mia anima a tutti i movimenti della tua anima, di sommergermi, di invadermi, di sostituire Te a me, affinché la mia vita non sia più che una irradiazione della tua Vita. Vieni in me come Adoratore, come Redentore, come Salvatore. O Verbo, eterno, Parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarti; voglio farmi del tutto docile per imparare tutto da Te; poi, attraverso tutte le notti e ogni forma di vuoto o di impotenza, voglio fissare sempre te e dimorare sotto la tua grande luce. O mio astro amato, incantami, così che io non possa più uscire dal tuo vivo splendore.
O Fuoco che “consumi”, Spirito d’amore, vieni sopra di me affinché si realizzi in me come una incarnazione del Verbo; ch’io Gli sia una umanità aggiunta, nella quale Egli possa rinnovare tutto il suo Mistero.
E tu, o Padre, chinati sulla tua povera piccola creatura, coprila con la tua ombra e non vedere in lei che il Figlio amato nel quale hai posto tutta la tua compiacenza.
O miei Tre, mio tutto, mia Beatitudine, Infinita Solitudine, Immensità in cui mi perdo, io mi abbandono a Voi come una preda. Seppellitevi in me, affinché io mi seppellisca in Voi, nell’attesa di poter contemplare, nella vostra stessa luce, l’abissale grandezza.sabeth1

 

Fonte http://www.ncregister.com/site/article/may-my-life-be-a-continual-prayer

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