“Abbiamo perso tutto ma non il coraggio della fede”: i miracoli d’amore ed il coraggio di “angeli del soccorso” nell’ora del dolore.

dercole-1Fin dalle prime ore dell’alba del 24 agosto 2016, il vescovo di Ascoli Piceno, mons. Giovanni d’Ercole si è recato nelle zone colpite della sua diocesi. Appena sentita la scossa, ha preso la macchina in piena notte e si è recato subito nel luogo della sua diocesi più colpito dal terremoto: Pescara del Tronto. Arrivato lì, buio e grida. Poi con le luci dell’alba, la scena di un paese completamente raso al suolo come un “bombardamento che ha distrutto tutto”.

“La solidarietà è molta e per la verità anch’io mi sono messo ad aiutarli, perché ho visto uno di questi ragazzi sotto le macerie. Direi che c’è tanta tristezza, tanta disperazione e tanta solidarietà, tutte insieme. Questa è la vita…E’ importante che i pastori siano presenti fra la loro gente. C’è la collaborazione di tutti e insieme a me si sono messi a scavare anche alcuni sacerdoti. Ha scavato con me il direttore della Caritas e poi sono arrivati adesso anche alcuni frati, che abbiamo accolto e che stanno lavorando.

Oggi 27 agosto i funerali di Stato. Le foto dei bambini accanto alle loro bare sono l’immagine più commovente dei funerali di 35 delle quasi 300 vittime del terribile terremoto che ha ferito il cuore dell’Italia. Un dolore che, sottolinea anche il vescovo D’Ercole, non sembra aver risposta. Dolore, dunque, commozione, ma anche compostezza, una testimonianza di dignità che colpisce. Significativo il luogo dei funerali: la palestra di Ascoli, uno spazio che richiama immediatamente l’allegria di ragazzi che giocano e che, invece, oggi è il luogo del dolore, dell’ultimo commosso saluto ad una madre, un padre, un figlio.

D’Ercole: e adesso che si fa? La domanda che rivolgiamo anche a Dio
Dolore e sgomento. Anche un vescovo, ammette mons. D’Ercole durante l’omelia, si pone angosciato delle domande di fronte ad una tragedia simile, domande che non può non rivolgere al Signore:

“Questa notte, preparandomi a parlare a voi e a tutte le persone convenute, ho rivolto questa domanda a Dio: ‘E adesso che si fa?’. Gli ho presentato l’angoscia di tante persone, e gli ho detto: ‘Signore, ma queste persone che hanno perso tutto, che sono state strappate alla loro famiglia, che sono state sventrate dal terremoto, ora che fai? Che fai?”.

Abbiamo perso tutto, ma non il coraggio della fede
Anche Giobbe, prosegue il vescovo, richiamando la Prima Lettura, era un uomo giusto che sembra abbandonato da Dio, ma anche nel momento più duro non smette di rivolgersi a Lui:

“Se appena voi guardate oltre le lacrime, voi scorgerete qualcosa di più profondo. Anche voi con me oggi, potete testimoniare che il terremoto, con la sua violenza, può togliere tutto – tutto! – eccetto una cosa: il coraggio della fede”.

Nel corso dell’omelia per le vittime del sisma ad Ascoli il vescovo D’Ercole ha citato Guareschi e un episodio in cui don Camillo fa una predica dopo un’alluvione: i cittadini si rivolgevano a Dio e chiesero il perché di quella tragedia. D’Ercole ha ricordato quindi le parole di don Camillo: “Le acque escono tumultuose dal letto del fiume e tutto travolgono: ma un giorno esse torneranno placate nel loro alveo e ritornerà a splendere il sole. E se, alla fine, voi avrete perso ogni cosa, sarete ancora ricchi se non avrete perso la fede in Dio. Ma chi avrà dubitato della bontà e della giustizia di Dio sarà povero e miserabile anche se avrà salvato ogni sua cosa”.

Il vescovo, sottolinea, è un padre e per questo deve stare in mezzo alla gente, soprattutto quando soffre. Un’esperienza, ricorda, che ha già vissuto nel dopo terremoto dell’Aquila quando era vescovo ausiliare. Oggi anche mons. Petrocchi, pastore del capoluogo abruzzese, devastato dal terremoto del 2009 è presente come anche il sindaco della città, Cialente. La fede, sottolinea ancora mons. D’Ercole, è la scialuppa di salvataggio in un mare in tempesta.

Le nostre campane torneranno a suonare, Dio non ci abbandona
Racconta dunque del Crocifisso presente nella palestra, recuperato proprio da mons. D’Ercole in una chiesa distrutta ad Arquata. Proprio poco distante da quella chiesa, racconta commosso il vescovo, i vigili del fuoco ritrovano due bambine abbracciate tra loro, due sorelle: una ce l’ha fatta, l’altra è morta stringendo a sé la sorella, come a farle da scudo dalla morte che l’ha strappata via:

“Amici, le torri campanarie dei nostri paesi, che hanno dettato i ritmi dei giorni e delle stagioni, sono crollate, non suonano più. Ma un giorno, esse continueranno a suonare, riprenderanno a suonare; e sarà il giorno della Pasqua. ‘Al tuo Dio, don Giovanni, importa nulla se noi moriamo?’, mi ha detto un giorno. Dio – sì, è vero – pare tacere. Le nostre sembrano delle chiamate che non hanno risposta. Dio però – lo so, lo sento – è un padre; e un padre non può mai rinnegare la sua paternità”.

La fede ci aiuterà a superare il terremoto
Mons. D’Ercole si rivolge in particolare ai giovani, li esorta a non avere paura, ad avere speranza nella ricostruzione:

“I sismologi tentano in tutti i modi di prevedere il terremoto, ma solo la fede ci insegna come superarlo. La fede, la nostra difficile fede, ci indica come riprendere il cammino. E io ve lo indico con due immagini: con i piedi per terra e il volto rivolto verso il Cielo”.

Ora non abbandonateci, noi non perderemo il coraggio
Il vescovo di Ascoli ha quindi ringraziato il Papa, i vescovi,(La CEI ha stanziato un milione di euro per i terremotati)  le istituzioni, i volontari, tutti coloro che hanno stretto in un abbraccio le comunità sconvolte dal terremoto. Ha invitato le istituzioni a non abbandonare i terremotati. Un impegno che lui stesso prende come pastore del suo gregge:

“Diversi di voi mi hanno detto: ‘Non ci abbandonare’. Per quanto mi riguarda, finché vivrò, non vi abbandono. Non abbiate paura. Non abbiate paura di gridare la vostra sofferenza. Ne ho vista tanta, ma mi raccomando: non perdete il coraggio, perché solo insieme potremo ricostruire le nostre case e le nostre chiese!”

Sono ore di dolore, sono anche ore d’amore e di coraggio, che brillano di abbracci umanitari, di solidarietà fraterna, di aiuto autentico, nelle quali, ai demoni cattivi dell’inefficienza, della corruzione e dell’ingordigia, che sono i veri attori del recente disastro nel Lazio, nelle Marche e nell’Umbria, solo apparentemente naturale, si contrappongono gli angeli del soccorso e del bene, le migliaia di persone impegnate con straordinario e allo stesso tempo ordinario eroismo nelle operazioni di ricerca e di recupero dei fratelli e delle sorelle in umanità rimasti sepolti, vivi o senza più respiro, sotto le macerie del terremoto, che nella notte di mercoledi 24 agosto è arrivato improvviso a sconvolgere Amatrice, Accumuli e Pescara del Tronto, l’Italia tutta.

Sono i vigili del fuoco, i militari del’Esercito e dell’Aeronautica, gli operatori della Protezione civile, i volontari della Croce Rossa e del Soccorso Alpino, e non solo. Oltre 5400 persone, tra cui molti cittadini comuni, parenti di sangue o della famiglia umana, anche “stranieri, che non avevano mai vissuto gli effetti di un terremoto”, accorsi a donarsi senza risparmio, con eroismo di cuore e di fatica, ai limiti del martirio d’amore. Tra loro anche sei vigili del fuoco dello Stato più piccolo al mondo, la Citta del Vaticano, mandati da Papa Francesco per fare sentire l’abbraccio della Chiesa agli amatriciani, i più colpiti.

Sul web gira un video in queste ore, con il titolo appunto “Gli angeli del soccorso”: un doveroso riconoscimento a chi cammina “in cima a cumuli di macerie” per portare la luce della speranza, la forza della comunione fraterna, la gioia del non essere soli e abbandonati al buio dei rottami di edifici crollati e di vite ferite. “Si calano giù dall’elicottero”, “si arrampicano su edifici spezzati”, “spostano rovine in cerca di persone ancora in vita”, “scavano a mani nude”, dice il testo. Le loro mani sono le mani di Dio che s’intrecciano a quelle di chi è colpito dalle calamità naturali o da eventi traumatici esistenziali ed è tentato dalla disperazione o perfino di scagliarsi contro un Cielo che appare troppo lontano e indifferente. Grazie a loro, a questi angeli umani, umanissimi, si comprende il significato autentico dell’espressione biblica: “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò”. Il loro volto è il volto di Dio, il loro sorriso è il sorriso di Dio, la loro forza è la forza di Dio, il loro respiro affannato è il soffio d’amore del Padre, la loro ombra sulle macerie è il tocco gentile del Cielo sulla Terra scossa dal dolore.

Sono, questi eroi del quotidiano, l’orgoglio e il vanto di una umanità troppo spesso umiliata da ominicchi e quaquaraqua che agiscono soltanto per soddisfare interessi personalissimi, scialacquando il patrimonio spirituale che centinaia di migliaia di secoli di vita terrena avrebbero dovuto rendere ricco e solido. Ai dilapidatori di umanità in stili di vita egoistici, individualistici e materialistici, si contrappongono pacificamente, con l’energia eccezionale della testimonianza, gli angeli del soccorso, coloro che operano nel silenzio per dare la risposta di Dio, concreta, ai lamenti dolorosi degli esseri umani.

Così, in un miracolo d’amore, l’urlo ancestrale che si ripete dall’alba della storia umana lì dove accade il male: “Dov’è Dio?”, si trasforma nella domanda, più giusta e mite: “Io, dove sono?”. Angeli o demoni siamo anche noi, esseri umani, sulla Terra. Sta a noi scegliere da che parte stare.    

Fonti : In Terris

http://it.radiovaticana.va/news/2016/08/24/sisma_mons_dercole_disperazione_ma_anche_solidariet%C3%A0/1253353

http://it.radiovaticana.va/news/2016/08/27/funerali_sisma_d%E2%80%99ercole_con_l%E2%80%99aiuto_di_dio_ci_rialzeremo/1254033

http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2016/08/27/sisma-vescovo-cita-guareschi-omelia-don-camillo-su-alluvione_bfbcb287-1714-478e-8ec3-261b63cead10.html

 

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