Il santo di Nagasaki che con il Santo Rosario vinse anche la bomba atomica

9 agosto 1945. Pochi secondi dopo le 11,02, il tempo impiegato da una bomba di 25 chilotoni per coprire la distanza tra l’aereo e la denotazione (pare circa 400-500 metri dal suolo), 40mila dei 240mila abitanti di Nagasaki, in Giappone, vengono vaporizzati all’istante lasciandosi dietro lo strascico di altri 50mila orrendamente mutilati e una pletora di fatto incalcolabile di rovinati nel fisico e nello spirito per anni e anni. Tra i sopravvissuti alla seconda bomba atomica sganciata su esseri umani della storia, un’ecatombe, un crimine orrendo, vi è Takasashi Paolo Nagai (1908-1951),  un medico giapponese, specializzato in radiologia, che si è convertito  al cattolicesimo ed è un superstite del bombardamento atomico di Nagasaki. La sua successiva vita di preghiera e di servizio gli ha fatto ottenere il soprannome di “Santo di Urakami”: a lui il regista e produttore statunitense Ian Higgins (già autore nel 2009 di The 13th Day sulle apparizioni di Fatima) ha dedicato All That Remains, un film in dvd edito dalla Ignatius Press di San Francisco.

Il film mescola sapientemente la presa diretta e le immagini, agghiaccianti, di archivio e ci restituisce una storia che il mondo ha tenuto sin troppo sotto traccia.

Takasashi discende da una famiglia di nobili samurai confuciani e scintoisti, ma non sono queste credenze a dominare la sua gioventù. Piuttosto lo è l’ateismo di cui sono intrisi gli ambienti scientifici che frequenta. Studia, infatti, Medicina, e si specializza in Radiologia. E arriva alla fatidica Nagasaki, lui che è originario di Matsue. Al letto di morte della madre, nel 1930, Takasashi comincia però un lungo, profondo viaggio alla ricerca del senso dell’esistenza non pago delle risposte preconfezionate e stolide del razionalismo.

Nel 1930, una lettera di suo padre gli annuncia la malattia di sua madre: vittima di un’emorragia cerebrale: è cosciente ma non parla più. Va al suo capezzale. La madre lo riguarda intensamente negli occhi e muore poco dopo (29 marzo). Takasashi ne resta sconvolto e comincia a credere nell’esistenza dell’anima; sua madre gli resterà presente per tutta la vita, portandolo ad approfondire la figura della Madre di Cristo specialmente nel momento in cui è ai piedi della Croce.

Uno dei suoi professori parla del filosofo e scientifico Blaise Pascal, citando questa frase estratta dai “Pensieri”: “L’uomo è solamente un giunco, più debole della natura; ma è un giunco pensante”, ne resta sorpreso, meravigliato e affascinato. Intraprende allora la lettura dei “Pensieri”, riflette sulla vita umana e cambia progressivamente. Diventa più sensibile. Così, nel suo 3° anno di medicina, è sorpreso dall’atteggiamento rigido dei professori quando vanno al capezzale dei malati.

Nel 1931, leggendo sempre Blaise Pascal, comincia ad interrogarsi sulla vita dei cristiani e il senso della preghiera, soprattutto del loro modo di pregare e del culto all’Eucarestia.
Sempre leggendo Pascal rimase fulminato da un altro pensiero: “Non soltanto conosciamo Dio unicamente per mezzo di Gesù Cristo, ma conosciamo noi stessi unicamente per mezzo di Gesù Cristo…”.
La domanda su chi fosse Gesù rimase nel suo cuore fino all’incontro con una famiglia cattolica a cui, come era consuetudine tra gli studenti, nell’ultimo periodo della frequenza all’università, Takasashi chiese ospitalità.
La famiglia Moriyama discendeva dal gruppo di quei primi cristiani giapponesi convertitisi nel XVI secolo in seguito all’incontro con san Francesco Saverio recatosi allora in missione in Giappone; era una famiglia semplice, dedita al lavoro nei campi e fervente nella fede. Takasashi all’inizio non diede molta importanza al comportamento religioso della famiglia poiché era completamente preso dai suoi studi; infatti si laureò con il massimo dei voti ed ebbe molti riconoscimenti tanto che venne assunto come radiologo nel primo Istituto di radiologia dell’università di Nagasaki.

Scopre così la storia dei kakure kirishitan, i “cristiani nascosti” costretti per secoli alla clandestinità dopo la micidiale persecuzione subita tra Cinque e Seicento allorché, dopo un primo momento di favore, la fede cattolica “straniera” e “al servizio” delle potenze europee venne bandita con particolare efferatezza (clicca qui).  Un passato glorioso, questo, che trova proprio in Nagasaki un centro di rilancio, quando, nel momento in cui il Giappone cominciava timidamente a riaprirsi dopo essersi chiusi a riccio la città divenne il fulcro del cattolicesimo nipponico durante il periodo Meji (1869-1912).

Takasashi incontra qui la maestrina Maria Midori Moriyama, e lei e la sua famiglia (capi dei kakure kirishitan per sette generazioni) incominciano a insegnargli la sublimità inarrivabile della fece cattolica. Tutto succede la notte di Natale del 1932, alla Messa di mezzanotte cui Midori ha invitato Takasashi. Qualcosa di grande e grandioso accade, e di quella Santa Messa di Natale, scriverà: ” Non è possibile descrivere il culto della fede cattolica, è necessario viverlo, andarci e in un profondo silenzio scoprire che sei nell’anticamera della felicità eterna”.
Qualcuno gli chiede cosa ha avvertito, racconterà: “ho sentito Qualcuno vicino a me che non conoscevo ancora.”

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Takasashi e Midori nel film All that remains 

Il giorno dopo Takasashi salva la vita di Midori azzeccando una diagnosi di appendicite acuta e trasportandola a braccia nella neve al più vicino ospedale. Il nazionalismo nipponico però incombe e la guerra anche, la guerra sino-giapponese. Al fronte, in Manciuria, Takasashi ha tempo e modo di toccare con mano il dolore e la crudeltà, e di ripensare al cattolicesimo, ma anche a Midori. Finalmente riceve il battesimo il 9 giugno 1934 con il nome di Paolo. Lo fa in memoria di san Paolo Miki , il martire cristiano crocefisso con 25 compagni nel 1597 sulle colline attorno a Nagasaki.

Il dvd di All That Remains contiene anche un cortometraggio animato girato da Higgins nel 2015, 26 Martyrs (clicca qui), breve, toccante, opportuno, oltre a un secondo contributo del padre marinista statunitense Paul Glynn, già autore nel 2009 del libro A Song for Nagasaki per la Ignatius Press, premessa dello scrittore cattolico giapponese Shusaku Endo (1923-1996), e co-autore di due articoli sui “cristiani nascosti” del Giappone (clicca qui) e sui martiri cinquecenteschi di Nagasaki (clicca qui).

Fra Takasashi e Midori c’era del tenero da tempo, discreto, velato, ma potente. Nell’ agosto 1934, un mercoledì, alle 7 della mattina, durante la prima messa abituale nella cattedrale di Urakami, il loro matrimonio è celebrato in presenza del presbitero e di due testimoni. Maria Midori Moriyama e Paolo Takasashi Nagai impegnano la loro vita comune sulla strada dell’eternità. Midori intanto è presidentessa dell’associazione delle donne, cattoliche, del quartiere di Urakami. Takashi diventa membro della società San Vincenzo de’ Paoli, scopre così il suo fondatore ed i suoi scritti (Federico Ozanam) e sul suo esempio visita i malati e i più poveri ai quali porta aiuto, conforto e sostegno alimentare. Dalla loro unione nascono quattro bambini: un maschio, Makoto (3 aprile 1935 – 4 aprile 2001), e tre femmine, Ikuko (7 luglio 1937 – 1939), Sasano che muore poco dopo la sua nascita, e Kayano (nata nel 1941). Takashi  intanto riceve il sacramento della confermazione nel dicembre 1934.
Midori frequentava assiduamente la Grotta di Lourdes presso il convento francescano di Nagasaki.

Dal 1931 al 1936, c’è il frate Massimiliano Kolbe che risiede in un sobborgo di Nagasaki dove fonda un monastero. Takashi l’incontra diverse volte ricevendo da lui una perfezione nella fede. La felicità è però un attimo, e Takasashi scopre di avere la leucemia. Lo scopre nel 1945, dopo quattro anni che il Giappone è in guerra con gli Stati Uniti. Questa malattia è probabilmente dovuta alle esposizioni ai raggi X subite all’epoca degli esami radiologici praticati con osservazione diretta. Con il cuore afflitto Takashi trovò in Midori sostegno, forza e coraggio di vivere e lottare cristianamente. Lei gli disse: «“Prima di sposarci spesso dicevamo che la nostra vita l’avremmo spesa per la gloria di Dio: e la Gloria di Dio è la carità. Tu hai dato tutto per gli altri: con la tua vita hai seminato soltanto amore. Ti amo e ti amerò per questo”». Gli danno due o tre anni di vita, e prima di portarselo via quell’orrenda peste lo avrà ridotto a un paralitico costretto nel suo letto, da cui la dolce Midori non si stacca mai. Fino al sopraggiungere di quel terribile 9 agosto 1945.

Takasashi sopravvive a “Fat Man” (così fu chiamata in codice la bomba atomica che rase al suolo la capitale del cattolicesimo nipponico) ma Midori no; di lei resta solo un rosario bruciacchiato tra le rovine di quella che una volta era la loro casa. Takashi la ritrovò incenerita e, chinatosi su di lei, pianse e pregò: «Dio mio, grazie perché le hai concesso di morire pregando».. Il suo nome da ragazza era Maria Midori Moriyama. Paolo Takasashi Nagai ha voluto scrivere il suo nome da sposata sulla croce della sua tomba: “Marina Nagai Midori, deceduta il 9 agosto 1945, a 37 anni” (Marina è un diminutivo di Maria).
I figli, Makoto e Kayano (nata nel 1942) sopravvissero alla catastrofe atomica perché si trovavano a Koba, a qualche chilometro di distanza da Nagasaki, dalla nonna (la mamma di Midori).
Paolo raccolse in un secchio i resti della moglie e li portò al cimitero di Urakami dicendole: “Midori, quel che mi resta lo spenderò per fare ancora del bene: in ricordo di te, per amore di te che mi hai portato all’amore di Cristo”. Takasashi rimane solo ad allevare i figli (dopo il disastro di Hiroshima, Takasashi li aveva sfollati a sei chilometri dalla città) e davanti alla follia umana diviene segno di contraddizione.

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TAKASASHI PREGA IL ROSARIO COI SUOI FIGLI

È in questo contesto che il dottor Takasashi Nagai si guadagna, Rosario sempre in pugno, il soprannome con cui è noto, “santo di Urakama”. Nel mezzo del disastro più terribile egli è la testimonianza che la vita è comunque più forte, anzi la fede è sempre più forte. Prostrato e annichilito nel fisico come l’intero Giappone, mostra che nell’uomo c’è altro, che c’è ben altro nell’uomo che si affida a Dio. Sarebbe stato facile per lui chiedersi, davanti a Hiroshima e a Nagasaki, dove fosse Dio, ma il pensiero non lo ha mai sfiorato. Il 15 agosto 1945, giorno dell’Assunzione di Maria Vergine in cielo e data dello sbarco di San Francesco Saverio in Giappone, il Paese del Sol Levante pose fine alla guerra arrendendosi incondizionatamente. Nagai in uno schizzo riprodusse l’Assunzione di Maria Vergine su una nube comparandola a quella della cara Midori chiamata al cielo su una nuvola a forma di fungo atomico.

Per i cinquantotto giorni seguenti Nagai continua a curare le vittime della bomba atomica ed insegnare all’università di Nagasaki. Poi  la leucemia peggiora di colpo, l’ 8 settembre 1945, ed egli deve restare a letto per un mese, con la morte che sembra sempre più vicina, ma attribuì il suo improvviso e repentino miglioramento all’intercessione di Padre Kolbe (che lui stesso visitò quando era ammalato di tubercolosi nel 1936).

La vigilia di Natale del 1945 fu ritrovata, sotto le macerie della Cattedrale di Nagasaki, una campana miracolosamente intatta, che fu fatta suonare per l’Angelus. A tal proposito Nagai scrisse: «Nemmeno una bomba atomica può far tacere le campane di Dio».

Emblema della speranza, e della speranza cristiana, Takasashi Nagai è divenuto un simbolo per tutti, un simbolo cui persino l’imperatore Hirohito fa visita nel 1949. I suoi scritti sono diventati un monumento di fede, speranza e carità, e la sua abitazione un museo oggi diretto dal nipote. Lui, che era cattolicissimo, e per di più un convertito (cioè un “traditore”), è diventato il segno di un Paese, di un patriottismo autentico e mai becero cui persino il “divino” signore del Sol levante ha dovuto inchinarsi. Il film di Higgins s’immagina il suo ultimo istante come un sogno in cui la bella Midori lo chiama perché è l’ora di andare. Si spalancano le porte della cattedrale e la gente assiepata sui banchi si volta sorridente per accogliere l’ingresso degli sposi come nel giorno del matrimonio, sposi che stavolta salgono in Cielo.

Takasashi Nagai è Servo di Dio. Al momento della sua morte, lascia dietro di lui una voluminosa produzione di prove, di memorie, di disegni e di calligrafie su diversi temi, comprendendo Dio, la guerra, la morte, la medicina e la situazione degli orfani. Questi testi sono stati apprezzati da un gran numero di lettori, durante l’Occupazione del Giappone (1945-1952). Sono come le cronache spirituali dell’esperienza stessa della bomba atomica e di chi, provandola sulla propria pelle, è sopravvissuto.

Poco prima di morire egli scrisse: «Potrei guarire miracolosamente dalla mia leucemia e sarebbe una buona cosa. Ma anche non guarire è cosa buona… tutto ciò che m’interessa è la Sua Volontà su di me; l’unica vita che mi interessa è vivere per Lui, un giorno alla volta sostenuto dalla preghiera».

Takashi Nagai morì il 1 maggio 1951, il primo giorno del mese di Maria e le ultime sue parole furono: «Pregate, per favore, pregate». Il 3 maggio, ventimila persone assistono alle sue esequie davanti alla cattedrale. La città di Nagasaki osserva un minuto di silenzio nel momento in cui suonano per lui le campane di tutti gli edifici religiosi. Ha voluto porre come epitaffio sulla sua tomba la frase evangelica che forse sintetizza al meglio il suo atteggiamento nella vita: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quel che dovevamo fare» (Lc 17,10).

Fonti

la Nuova Bussola Quotidiana, articolo di Marco Respinti

Il libro “Un canto per Nagasaki” ad opera del padre Marista australiano Paul Glynn, uno dei più grandi conoscitori della vita e delle opere del medico cattolico giapponese.