Sako, primate della chiesa cattolica in Iraq: “E’ blasfemia strumentalizzare il martirio di Padre Hamel per fomentare odio, che è ciò che Isis vuole”. “All’Occidente chiedo: smettetela di armare i nostri carnefici”. Patriarca siro-ortodosso Ephrem II

Riportiamo due interviste a due personaggi autorevoli che stanno vivendo in prima persona la tragedia in Medio Oriente e vedono con i loro occhi cosa è Isis:  una ideologia settaria strutturata politicamente, che l’Occidente ha contribuito ad armare e fomentare.  Nei giorni del martirio di Padre Jacques Hamel, sacerdote ucciso in Europa da auto-eletti jihadisti, il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako I, Primate della Chiesa più ferita dalle convulsioni mediorientali degli ultimi lustri, invita i cristiani d’Oriente e d’Occidente a non liquidare tutto in una gara a chi assume pose più indignate. In Europa, le agenzie del terrore fanno presa su giovani carichi di cieco indottrinamento. louis-raphael-i-sako-patriarca-babilonia-dei-caldei Da Patriarca di una Chiesa d’Oriente, come guarda al barbaro sgozzamento di padre Hamel?

«E’ un’orribile umiliazione per l’umanità intera, non solo per i cristiani. Non trova nessuna giustificazione plausibile, è il sintomo di un delirio globalizzato che ormai non ha più nemmeno bisogno di organizzare troppo le sue strategie. Ci sono fasce intere di popolazione psicolabile, giovani carichi di un rancore muto, che si arruolano nelle agenzie del terrore attraverso canali e dinamismi misteriosi. Loro hanno perso la loro lotta per il controllo del territorio, provano a vincere quella sul terreno ideologico». 

C’è chi soffia sul fuoco, e ne approfitta per alimentare risentimento contro gli immigrati o l’islam, in maniera indistinta.

«Riguardo all’immigrazione, avevo suggerito da tempo di seguire con attenzione i flussi di chi giungeva in Europa, per evitare che i jihadisti si infiltrassero nelle moltitudini che arrivano, pronti poi a colpire. Un lavoro che chiamava in causa soprattutto le reti dell’intelligence, e non è stato fatto troppo bene. Ma alcuni dei nuovi terroristi sono ragazzi cresciuti in Europa. E allora, il problema che evidenziano questi casi è una mancata politica di integrazione. Problemi e processi trascurati da decenni. Anche tanti cristiani d’Oriente, soprattutto giovani, si trovano confusi e cadono in processi di straniamento quando si trasferiscono in Occidente. Diventano sradicati, crescono in una situazione di vuoto. Partono da un contesto segnato da un forte spirito comunitario, e approdano nel regno dell’individualismo, della competizione che emargina chi non riesce a prevalere. Anche le Chiese devono trovare degli approcci pastorali adeguati per queste situazioni». 

Cosa mostra, a tutta la Chiesa, la vicenda di padre Jacques?

«In padre Jacques, sgozzato davanti all’altare dove celebrava l’Eucaristia, si vede in maniera eclatante la piena configurazione a Cristo. Come accadde a tanti martiri della Chiesa, all’arcivescovo Romero e anche ai due preti uccisi nel 2010 nella chiesa di Baghdad, durante la messa, da un assalto quaidista. Il loro sangue si è mescolato con il Sangue di Cristo». 

Cosa succede, se si strumentalizzano vicende così per affermare posizioni riguardo alle politiche d’immigrazione o per criminalizzare l’islam?

«Chi fa questa scelta, profana il martirio cristiano. Ridurre tutto a appelli e iniziative per fomentare l’indignazione mi sembra una blasfemia sacrilega, davanti al martirio di padre Jacques e di tutti gli altri. Questi rinnegano e oltraggiano padre Jacques più di quanto fanno gli ispiratori dei loro carnefici». 

In che senso?

«La vittoria del martirio, come quella ricevuta da padre Jacques, non conosce tramonto. E’ la vittoria stessa di Cristo, che vince nella fragilità di poveri uomini deboli e inermi, come era l’anziano prete francese. Resi forti e senza paura non per sforzo proprio o capacità propria, ma perchè lo Spirito li rende forti, per vivere e riattualizzare nella loro carne la stessa passione redentrice di Cristo». 

Ci sono quelli che dicono: adesso anche in Occidente sanno cosa è il martirio…

«Tutta la storia della Chiesa, dovunque e in ogni tempo, è intessuta con il filo rosso del sangue dei martiri. Quello che accade oggi, con i martiri di Francia che si uniscono ai martiri dell’Iraq, della Siria e ai copti trucidati in Libia, è solo un segno grande di cosa nutre la comunione nella Chiesa di Cristo. 

Padre Jacques e gli altri sono un segno che chiama tutti alla conversione. Tutti i cristiani, ma anche i musulmani, e tutti gli altri. E per i cristiani, è un richiamo a non aver paura di confessare apertamente la propria fede. Nessuno si deve nascondere. Nessuno deve temere di “disturbare” gli altri, se confessa il nome di Cristo. In Iraq, nonostante le difficoltà, per grazia di Dio rimaniamo saldi nella nostra fede».

Patriarca siro-ortodosso Ephrem II: «All’Occidente chiedo: smettetela di armare i nostri carnefici»35980101

Intervista al Patriarca siro-ortodosso Ephrem II: “Il martirio non è un sacrificio umano offerto a Dio per acquistare il suo favore. Per questo è blasfemo definire «martiri» i kamikaze suicidi”.

«Quando guardiamo i martiri, vediamo che la Chiesa non è soltanto una, santa, cattolica e apostolica. Nel suo cammino nella storia, la Chiesa è anche sofferente». Per Moran Mor Ignatius Ephrem II, Patriarca di Antiochia dei siro-ortodossi, nel martirio si rivela un tratto essenziale della natura della Chiesa. Una connotazione che si potrebbe aggiungere a quelle confessate nel Credo, e che accompagna sempre coloro che vivono nelle vicende del mondo a  imitazione di Cristo, come suoi discepoli. Un tratto distintivo che adesso riaffiora con nettezza in tante vicende dei cristiani e delle Chiese del Medio Oriente.

Il Patriarca Ephrem – che il 19 giugno 2015 aveva incontrato a Roma Papa Francesco – si è trovato coinvolto nelle nuove tribolazioni che affliggono il suo popolo.

Santità, quale è la connotazione propria del martirio cristiano?
«Gesù ha sofferto senza motivo, gratuitamente. A noi, che seguiamo Lui, può accadere lo stesso. E quando accade, i cristiani non organizzano rivendicazioni per protestare “contro” il martirio. Anche perché Gesù ha promesso che non ci lascia soli, non ci fa mancare il soccorso della sua grazia, come testimoniano i racconti dei primi martiri e anche dei martiri di oggi, che vanno incontro al martirio con il volto lieto e la pace nel cuore. Lo ha detto Cristo stesso: beati voi, quando vi perseguiteranno a causa mia. I martiri non sono persone sconfitte, non sono discriminati che devono emanciparsi dalla discriminazione. Il martirio è un mistero di amore gratuito».

Eppure tanti continuano a parlare del martirio come un’anomalia da cancellare, o un fenomeno sociale da denunciare, contro cui mobilitarsi e alzare la voce. 
«Il martirio non è un sacrificio offerto a Dio, come quelli che si offrivano agli dèi pagani. I martiri cristiani non cercano il martirio per dimostrare la loro fede. E non spargono volontariamente il proprio sangue per acquistare il favore di Dio, o acquisire qualche altro guadagno, fosse pure quello del Paradiso. Per questo la cosa più blasfema è quella di definire come “martiri” i kamikaze suicidi».

«All’Occidente, per difendere i cristiani e tutti gli altri, non chiediamo interventi militari. Ma che piuttosto la smettano di armare e appoggiare i gruppi terroristi che stanno distruggendo i nostri Paesi e massacrando i nostri popoli. Se vogliono aiutare, sostengano i governi locali a cui servono eserciti e forze sufficienti per mantenere la sicurezza e difendere i rispettivi popoli da chi li attacca. Occorre rafforzare le istituzioni statali e renderle stabili. E invece, vediamo che in tanti modi si fomenta dall’esterno la loro dissoluzione forzata.»

Prima del suo viaggio recente in Europa, Lei con i vescovi della Chiesa siro-ortodossa avete incontrato il Presidente Assad. Cosa vi ha detto?

«Il presidente Assad ci ha esortato a fare il possibile affinché i cristiani non vadano via dalla Siria. “So che soffrite” ha detto “ma per favore non lasciate questa terra, che è la vostra terra da millenni, da prima che arrivasse l’Islam”. Ci ha detto che serviranno anche i cristiani, quando si tratterà di ricostruire il Paese devastato».

Assad vi ha chiesto di portare qualche messaggio al Papa?
«Ci ha detto di chiedere che il Papa e la Santa Sede, con la sua diplomazia e la sua rete di rapporti, aiutino i governi a comprendere quello che sta davvero accadendo in Siria. Li aiutino a prendere atto di come stanno davvero le cose».

Alcuni circoli occidentali accusano i cristiani d’Oriente di essere sottomessi ai regimi autoritari.
«Noi non siamo sottomessi ad Assad e ai cosiddetti governi autoritari. Noi, semplicemente, riconosciamo i governi legittimi. I cittadini siriani in larga maggioranza appoggiano il governo di Assad, e lo hanno sempre appoggiato. Noi riconosciamo i legittimi governanti, e preghiamo per loro, come ci insegna a fare anche il Nuovo Testamento. E poi vediamo che dall’altra parte non c’è una opposizione democratica, ma solo gruppi estremisti. Soprattutto, vediamo che questi gruppi negli ultimi anni usano una ideologia venuta da fuori, portata da predicatori dell’odio venuti e sostenuti dall’Arabia Saudita, dal Qatar o dall’Egitto. Sono gruppi che ricevono armi anche attraverso la Turchia, come abbiamo visto anche dai media».

Ma cosa è davvero lo Stato Islamico? È il vero volto dell’Islam, o un’entità artificiale utilizzata per giochi di potere?
«Lo Stato Islamico (Daesh) non è certo l’Islam che abbiamo conosciuto e con cui abbiamo convissuto per centinaia di anni. Ci sono forze che lo alimentano con armi e denaro, perché serve utilizzarlo in quella che Papa Francesco ha definito la “guerra a pezzi”. Ma tutto questo si serve anche di un’ideologia religiosa aberrante che dice di richiamarsi al Corano. E può farlo perché nell’islam non esiste una struttura d’autorità che abbia la forza di fornire un’interpretazione autentica del Corano e sconfessare con autorevolezza questi predicatori di odio. Ogni predicatore può dare la sua interpretazione letterale anche dei singoli versetti che appaiono giustificare la violenza, e in base a questo emanare le fatwa senza essere smentito da qualche autorità superiore».

Fonti

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