La conversione di Abby Johnson, ex manager dell’aborto: oggi è attivista in difesa della vita nascente contro le cliniche della morte

Talvolta c’è bisogno di penetrare gli abissi del male per maturare quella spinta propulsiva verso la redenzione. Non ultima a testimoniarlo è l’americana Abby Johnson, che oggi è strenua militante pro-vita dopo esser stata per dieci anni direttrice di una clinica abortista dell’ente abortista più grande del mondo  PLANNED PARENTHOOD.

Nell’ottobre 2009 Abby Johnson si è licenziata, ha abbandonato la direzione dell’impero abortista dopo aver assistito ad un aborto in diretta, per andare a lavorare in un centro a favore dei diritti del nascituro,combattendo per l’abolizione dell’aborto,  operando fianco a fianco con quanti pregavano per la sua conversione: la sua conversione è avvenuta dopo aver assistito nel settembre 2009, attraverso una trasmissione per ultrasuoni, alle atroci sofferenze di un feto “strizzato” mentre veniva aspirato via dal ventre materno. E’ più o meno ciò che è accaduto a Bernard Nathanson, uno dei medici abortisti più noti degli USA miracolosamente convertitosi e passato con i pro-life proprio dopo l’introduzione degli “ultrasuoni” (cfr. Ultimissima 24/2/11).

È da poco uscito negli Stati Uniti il libro edito da Ignatius The Walls are Talking – Former Abortion Clinic Workers Tell Their Stories (I muri stanno parlando – Ex lavoratori di una clinica abortista raccontano le loro storie), che ripercorre in modo nudo e crudo il percorso umano prima ancora che professionale di questa donna.

La Johnson ha iniziato la sua carriera all’interno della clinica di Bryan, nel Texas, della Planned Parenthood, l’azienda balzata ai disonori delle cronache internazionali a seguito della pubblicazione di alcuni video che svelano la vendita di parti del corpo di feti abortiti.

http://www.tempi.it/video-undercover-accuse-aborto-usa-vendono-organi-bambini#.V_55e9SLSt8vendita_bambini_abortiti2015-07-15-cbs-en-plannedparenthoodvideo1

Quella della Jonhnson alla Planned Parenthood è stata una veloce ascesa. Fattasi apprezzare per la sua diligenza, ha raggiunto in sei anni la promozione come direttrice dopo aver ottenuto diversi riconoscimenti come “impiegata dell’anno” all’interno dell’azienda.

Riconoscimento dovuto al suo zelo nel far trionfare il “diritto” delle donne ad essere “padrone del proprio corpo”. “La clinica in cui ho lavorato – spiega lei stessa – è stata una delle più grandi dell’emisfero occidentale”.

La donna spiega che in questa struttura avvenivano anche “75 aborti, sei giorni alla settimana”. Non un tarlo nella sua coscienza si era mai impiantato, almeno fin quando nel 2009 non le venne chiesto di assistere ad un aborto guidato dagli ultrasuoni, al fine di aiutare il medico reggendogli la sonda.

abby-johnson-scartati-rubbettinoIl suo racconto – trascritto in un volume uscito in italiano, dal titolo Scartati. La mia vita con l’aborto (ed. Rubettino) – fa rabbrividire: “Mi sembrava chiaro che il feto sentisse la cannula, e che non avesse piacere per quello che stava provando. Poi la voce del medico ruppe il silenzio, facendomi trasalire. ‘Accendi, Scotty’, disse spensieratamente all’infermiera. Le stava dicendo di accendere l’aspiratore”. Era la 13esima settimana di gravidanza. La Johnson ricorda nitidamente la “lotta” che il bambino ingaggiò per non essere soppresso. Il modo che lei definisce “disumano” con cui il piccolo fu estratto dal grembo di sua madre le ha lasciato un ricordo indelebile. Fin da subito è rimasta sconcertata notando che quel bambino non nato, dopo 13 settimane, era identico all’immagine che aveva visto di sua figlia durante la gravidanza. Questo bambino si dimenava e si torceva su se stesso per evitare di essere aspirato dagli strumenti. «Quel bambino si strizzava come un canovaccio, si arricciava su se stesso. Poi cominciò a scomparire nella cannula davanti ai miei occhi. L’ultima cosa che vidi fu la sua spina dorsale perfettamente formata venire risucchiata dal tubo, e poi era sparito. L’utero era vuoto, totalmente vuoto».

Bastarono quei dieci minuti passati in sala operatoria di vero e proprio terrore, per dissuadere la Johnson da tutto ciò in cui le avevano fatto credere fino a quel momento. Riteneva di lavorare per un’azienda che aveva come prioritario obiettivo non praticare aborti, bensì prevenire le interruzioni di gravidanza attraverso un’offerta di “educazione riproduttiva”.Il tessuto fetale non sente niente quando è rimosso: quante volte e quante donne aveva rassicurato su questo punto come le era stato insegnato alla Planned Parenthood. Ma solo dopo otto anni, e dieci minuti davanti a quello schermo, Abby aveva capito.

fetoQuel palpitante esserino rannicchiato nel ventre della donna – di tutte le donne come lei – presente quel sabato in sala operatoria, solo “un momento fa” era vivo. «Non erano tessuti, non erano cellule. Era un bambino umano, che lottava per vivere! Una lotta perduta in un batter d’occhio».

“Penso che il più grande equivoco di Planned Parenthood – prosegue – è dovuto al fatto che i conti sugli aborti effettuati sono una piccola percentuale di quelli che realmente avvengono. Dicono che sono il 3% del totale, ma sappiamo che Planned Parenthood esegue 335mila aborti l’anno. Questa cifra non corrisponde soltanto al 3%”.

Mere illusioni da far sciroppare ai dipendenti e all’opinione pubblica. La terribile esperienza vissuta portò la Johnson a rivedere l’opinione nei confronti di quei drappelli di temerari che periodicamente si radunavano oltre il cancello della clinica per cui lavorava. Instancabili attivisti a favore della vita nascente, che si radunavano per denunciare le atrocità di Planned Parenthood.

Il 6 ottobre Abby ha lasciato il suo lavoro di direttrice del centro di Bryan (Texas) e si è recata alla Coalition for Life (Coalizione per la Vita), un gruppo pro-vita che in quel momento stava partecipando in varie città statunitensi alla campagna “40 Giorni per la Vita”, seguita da 7 ex-collaboratori di cliniche abortiste. La Johnson ha rivelato ciò che accade in tutto il mondo, cioè che il denaro non era speso per la prevenzione ma per gli aborti.  A FoxNews.com ha dichiarato che riceveva istruzioni dai suoi capi regionali per incrementare il numero di aborti realizzati, per aumentare i profitti. Anche lei -leggiamo su Zenit.it, ha raccontato, ha iniziato a pregare per coloro che erano i suoi colleghi.

Quando la informarono che Planned Parenthood stava progettando di aprire a Houston un’imponente clinica di sette piani su 26 mila metri quadrati con un intero piano destinato presumibilmente ai servizi medici e abortivi, Abby aveva già capito molte cose: «Mi resi conto che si sarebbe trattata della clinica più grande a livello nazionale, per la quale si era anche fatta richiesta di una speciale licenza chirurgica ambulatoriale che avrebbe permesso di praticare aborti tardivi fino a 24 settimane». Più l’aborto veniva ritardato più costava: dai 3 mila ai 4 mila dollari circa. I manager di Planned Parenthood chiesero esplicitamente ad Abby di aumentare le entrate provenienti dagli aborti, e quindi il numero degli “interventi”. «Allineandomi a un’organizzazione che praticava gli aborti, mi ero condannata a fare proprio ciò che dicevo di voler ridurre».

Quello che accadde dopo è una lunga storia di conversione e passione: la storia di una donna che finì in tribunale per difendere davanti a una corte il proprio cambiamento, la verità a cui era approdata spogliandosi di tutto quello che aveva guadagnato, costruito, professato. E vale davvero la pena di leggere fino alla fine questa storia, leggere cosa accadde dopo quel giorno – quell’orribile, devastante e illuminante giorno in cui un bambino non ancora nato venne violentemente sacrificato sotto i suoi occhi – in cui Abby passò per sempre al lato giusto della barricata.

Nel gennaio 2011 Abby Jonshon (qui il suo sito web), nonostante i continui attacchi personali, ha pubblicato un suo libro di memorie nel quale spiega i motivi per cui ha lasciato l’industria dell’aborto per entrare nelle file del Movimento per la Vita. Il sito LifeNews pubblica il primo capitolo. Nel volume racconta del perché respinge la contraccezione e ha deciso di entrare nella Chiesa cattolica.  Rivela anche, per la prima volta, di aver abortito due volte durante la sua vita passata. A causa della battaglia legale con la Planned Parenthood che ne seguì, non potè parlare dei molti aspetti su cui si basa il business del Planned Parenthood e del suo trattamento delle donne. La causa però è fallita e ora finalmente questo libro è stato pubblicato.

abby-johnson-abbyjohnson-org“Non importa quanto profondamente qualcuno sia stato radicato nella cultura della morte, come lo ero io: nessuno potrà mai essere al di là della portata della potenza dell’amore di Cristo”, ha detto l’ex direttore della clinica Planned Parenthood Abby Johnson ad un gruppo di studenti dell’università di Georgetown. “Il mio obiettivo è non solo  di rendere l’aborto illegale, il mio obiettivo è quello di rendere l’aborto impensabile, in modo che la vita di una donna e del suo bambino non vengano oscurate dall’ ingranaggio dell’aborto, ma che la donna arrivi a capire che togliere la vita ad un essere umano innocente è inaccettabile…dobbiamo ricordare la bontà di Dio e la sacralità della vita umana.”

Fonte

http://www.ewtnnews.com/catholic-news/US.php?id=13575

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